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Acclamato da sempre come uno dei migliori e più famosi dischi di Elton John, Goodbye Yellow Brick Road fu il suo primo album doppio ad essere pubblicato.  Programmato per essere inciso inizialmente in Giamaica, fu prodotto invece in Francia, nel castello di Herouville, come il precedente Honky Chateau.  Il successo di critica e pubblico fu enorme e l'album stazionò a lungo ai primi posti della classifica USA di Billboard lanciando definitivamente Elton come la più grande superstar musicale degli anni 70.


 

1) Funeral For A Friend*/Love Lies Bleeding
2) Candle In The Wind
3) Bennie And The Jets
4) Goodbye Yellow Brick Road
5) This Song Has No Title
6) Grey Seal
7) Jamaica Jerk Off
8) I've Seen That Movie Too
9) Sweet Painted Lady
10) The Ballad Of Danny Bailey (1909-34)
11) Dirty Little Girl
12) All The Girls Love Alice
13) Your Sister Can't Twist (But She Can Rock 'n' Roll)
14) Saturday Night's Alright (For Fighting)
15) Roy Rogers
16) Social Disease
17) Harmony
 

*  strumentale
 
 
 
 
 

classifiche
Stati Uniti:    1° posto (per 8 settimane)
Inghilterra:    1° posto (per 2 settimane)
Italia:    5° posto
 
 
 
 



 
 
 

da www.debaser.it


Elton John: Goodbye Yellow Brick Road
Recensione di: RingoStarfish, (05/10/2005)
Voto: * * * * º


Dai più snobbato come una sdolcinata checca con la paranoia dei capelli e degli occhialoni, Elton John è in realtà uno dei maggiori artisti comparsi tra le hit parade degli ultimi 35 anni.
Soprattutto durante il suo periodo d'oro, cioè il primo lustro dei '70, quando sfornava la media di due dischi all'anno riuscendo a spedirli entrambi in cima alle classifiche di mezzo mondo, sir Reginald Wright è stato una delle realtà più felici del mainstream moderno. Il talento di questo bizzarro ometto genuinamente british sta nell'esser prima di tutto un grande interprete, duttile ad ogni tipo di materiale. Anzi, la pecca principale sta proprio nel suo essere un passepartout pop che, in quanto tale, ha conseguito uno stile vocale piuttosto impersonale, seppur difficilmente confondibile: i celebri vocalizzi e i falsetti giovanili del nostro ad esempio sono diventati proverbiali per la loro espressività e sensibilità al testo.
L'inseparabile piano è un altro elemento tipico delle canzonette della nostra drag-queen: scanzonato, suonato a volte con dolcezza, a volte con la ferocia da rock'n'roller d'altri tempi, terribilmente profondo su ballate sempreverdi, evocativo sui pezzi più semplici ma incredibilmente emozionante.
A seguire Elton nelle sue continue peripezie discografiche c'è quasi sempre il suo paroliere di fiducia, il compagno d'adolescenza Bernie Taupin, un Sancho Panza misogino e spiccio ma pieno d'immaginazione, che ha svolto sempre con molta dignità il suo ruolo di Mogol della situazione.

Dopo un esordio scialbo e acerbo ("Empty Skies", 1969) i due daranno un primo, notevole assaggio delle proprie qualità in "Elton John" (1970), capostipite di una serie ininterrotta di blockbuster (almeno fino al flop devastante del doppio "Blue Moves", 1976). In pochi anni Elton John, con una ottima band fissa alle spalle (Dee Murray al basso, Davey Johnstone alle chitarre, Nigel Osson alla batteria) metterà a ferro e fuoco le top ten mondiali con infaticabile prolificità, pubblicando album ogni volta diversi, carichi della continua sfida di migliorarsi e di stupire un pubblico sempre più entusiasta. Dall'amaro "Madman Across The Water"(1971) ai viaggi lungo la storia statunitense di "Tumbleweed Connection"(1971), dalle gioie e dolori del giovane Elton di "Honky Chateau"(1972) al bizzarro pastiche anni '50 di "Don't Shoot Me, I'm Only The Piano Player"(1973).

In mezzo a questo periodo da vero Re Mida, Reginald decise di superare se stesso con il primo album doppio della carriera, il caleidoscopico "Goodbye Yellow Brick Road".
Concepito come un diario aperto sul mondo di John & Taupin, una collezione di sentimenti e ricordi, il concept diventa sempre più il collage sonoro di una storia musicale, il curriculum di quel che questi due furboni furono, fecero, provarono.
Dall'apertura con la suite progressive in due parti di "Love Lies Bleeding/Funeral For A Friend" veniamo accomodati sulle poltrone di uno spettacolo imponente, dove lo scopo è cercare di accontentare tutti. Viene realizzato così un efficace bignami che fosse un altro artista sarebbe già un greatest hits bell'e confezionato. Dal toccante omaggio a Marilyn Monroe di "Candle In The Wind", alla meravigliosa "Bennie And The Jets", azzeccatissimo racconto live di un gruppo di glam-rockers che affascina i ragazzetti di quartiere, dalla title-track autobiografica sull'inizio dell'età adulta fino alla pura poesia iniziatica di "This Song Has No Title" (titolo mitico), con Elton solo piano e voce lì a incantarci. Come dicevo ce n'è per tutti i gusti, dalle celebrazioni delle prostitute ("Dirty Little Girl") e del vivere alla giornata (la parodistica "Social Disease"), agli amori saffici in vena di psychedelia ("All The Girls Love Alice") seguiti dal contagioso hard-rock di "Saturday Night's Alright For Fighting".
Se ho scelto di parlarvi proprio di questo album è proprio perché è sicuramente rappresentativo di ciò che Elton John è e soprattutto è stato. "Goodbye Yellow Brick Road" è la perfetta introduzione al genio e alla mediocrità del caro sir, simbolo (in modo complementare forse a Marc Bolan e pochi altri) di cosa fosse vivere in quegli anni di romanzeschi eccessi e di creatività incontrollata, dove si poteva improvvisarsi senza pudori rasta-men d'esperienza ("Jamaica Jerk-Off"), solo perché si era andati in vacanza "ispiratrice" a Kingston ("beh c'erano già stati i Rolling Stones", spiegò) o inventarsi balli r'n'r mutanti con tanto di musichette circensi ("Your Sister Can't Twist But She Can Rock'n'Roll").

Se riuscirete ad apprezzare l'opera, ovviamente ridimensionandola ad un piacevole giocattolo melodico, potrete rivalutare anche l'eredità che ci ha lasciato questo simpatico e goffo principino decaduto del pop. E magari, scansando una marea di canzoni insulse e inspiegabili che disseminano una discografia fin troppo pingue (come il padrone), potrete imbattervi in veri gioielli (praticamente quasi l'intera produzione '70-'75) da ascoltare e riascoltare con stima, pochi pregiudizi e molta godibile passione.
da Ciao 2001 del 1973

IL NUOVO LP: GOODBYE YELLOW BRICK ROAD

Per oltre sei mesi ai primi posti delle nostre classifiche dei 33 con Don’t shoot me, I’m only the piano player e dei 45 con Crocodile Rock e Daniel, Elton John è in questo momento il cantante straniero più popolare in Italia.  Messa da parte l’etichetta di “traditore” per aver mancato due volte all’appuntamento promesso dagli organizzatori italiani, Elton è finalmente venuto lo scorso aprile a rafforzare la sua fama, e molto probabilmente tornerà ancora in dicembre.  Il nuovo album, il suo primo doppio, sta entrando prepotentemente nelle graduatorie di vendita.  Doveva essere l’album giamaicano del cantautore, così come Goat’s head soup lo è stato per i Rolling Stones e The foreigner per Cat Stevens.  Viceversa Elton, dopo aver trascorso qualche giorno nei Dynamic Studios dell’isola centroamericana , seguendo la moda, ne è rimasto profondamente deluso.  E Goodbye yellow brick road è stato registrato ancora una volta negli Strawberry del castello di Herouville, e poi missato a Londra.  Il parto artistico è però giamaicano.  Le canzoni sono state composte al sole di Kingston, pare in soli tre giorni; così come per Honky Chateau e per Don’t Shoot Me, I’m Only The Piano Player Elton ne avrebbe impiegati appena due.  “Arrivederci strada di mattoni gialli” è una raccolta eterogenea, capace di fornire un po’ tutte le immagini dell’eclettico pianista pazzo: le quattro facciate non sembrano perciò sprecate.  Gli accompagnatori sono i soliti, Gus Dudgeon è il produttore, e Bernie Taupin l’inseparabile paroliere.  Soltano Paul Buckmaster, l’arrangiatore, è stato sostituito da un altro nome popolare del campo, Del Newman (quello di Cat Stevens).  Ma analizziamo uno per uno i diciassette titoli dell’LP.Si apre con uno strumentale condotto dalla voce glaciale del sintetizzatore ARP, affidato a David Hentschel e dall’orchestra: un adagio che rammenta solenni marce funebri: Funeral For A Friend che si sviluppa poi in una ballata tipica e di atmosfera, Love Lies Bleeding; in chiusura un lirico assolo di Davey Johnstone, che come altrove libera il pianista dall’onere della conduzione strumentale.  Candle In The Wind è dedicata a Marilyn Monroe (Norma Jean), figura emblematica che il rock decadente ha riscoperto accanto alle femmes fatales delle decadi precedenti – Marlene Dietrich, Greta Garbo, Jean Harlow, Laureen Bacall -.  “Hollywood creò una superstar e il dolore è il prezzo che pagasti” canta Elton.  La prima facciata si chiude con Bennie And The Jets, un brano dalle strane figurazioni ritmiche ripetute ossessivamente, con il cantante spesso in falsetto, e qualche applauso fittizio aggiunto per sconosciuti motivi da Dudgeon.  Il pezzo che da il titolo alla raccolta, Goodbye Yellow Brick Road è una ballata ritmata con il piano in bella evidenza.  La tastiera anche nelle melodie più dolci acquista con Elton una sua fisionomia particolare, diviene uno strumento ritmico e percussivo, con una chiara predilezione per il tocco breve, scattante, asciutto.  Sono al contrario la voce o l’orchestra a stabilire la melodia.  Uscito anche su 45 giri, ripropone il tradizionale dilemma di Elton: compositore eccellente o principe del “muzak”, così come lo furono i Beatles di Michelle?  La successiva This Song Has No Title vede Elton tutto da solo, impegnato al piano acustico, al mellotron, al piano elettrico e all’organo che ha sempre odiato (diceva che era troppo ingombrante e lui troppo pigro per imparare a suonarlo seriamente.  Si tratta di una canzone vivace da cui traspare una malinconia velata che alla base di tutti i capolavori dell’artista, ultimo fra i quali Daniel.  In Grey Seal si ascolta la forza ritmica dei suoi accompagnatori, sovente trascurati, e viceversa lucidi, efficaci, impeccabili.  Un pezzo immediato di grande presa.  Segue Jamaica Jerk-off, l’unico ricordo vivo del periodo giamaicano: un reggae naturalmente, compilato secondo le formule classiche del ballo isolano (ma il reggae già compariva nel refraindi Crocodile Rock, ricordate?)  Per l’occasione Elton ripesca il suo vero nome e si firma, storpiandolo all’uopo, Reggae Dwight.  Un pezzo, ovviamente, di poche pretese.  In I’ve Seen That Movie Too si torna alla sottile tristezza di parecchi altri episodi del cantautore, e il brano sembra buttato giù con poca voglia, con l’arrangiamento finale di Newman smielato e senza mordente.  La terza facciata si apre con Sweet Painted Lady un immagine del ruolo della prostituta, eseguito in stile anni Quaranta con un sottile gusto old-fashioned che si continua nella successiva The Ballad Of Danny Bailey (1909/34) sorta di cebrazione di un personaggio alla Bonnie & Clyde.  Con Dirty Little Girl si torna all’Elton ritmato e ripetitivo.  Migliore  All The Girls Love Alice in cui ci si allinea sulle posizioni più tipiche di Don’t Shoot Me.  Da sottolineare l’impiego sempre efficace e funzionale, del sint: ancora una volta è l’ARP di Hentschel.  In questo stesso brano compaiono il percussionista Ray Cooper  e la cantante Kiki Dee, una degli artisti lanciati dalla Racket Records.  Le parole sono intorno all’amore lesbico.  Un altro testo divertente è quello di Your Sister Can’t Twist (But She Can Rock’n’roll) un rock scatenato tipo anni Cinquanta, sul modello di Crocodile Rock per intenderci, che introduce la quarta facciata, la più ballabile di Goodbye Yellow Brick Road.  Una musica spontanea, carica, violenta, su giri armonici collaudati da vent’anni e sempre avvincenti, se pure senza ambizioni.  Saturday Night’s Alright For Fighting già un successo su 45, è un brano rock’n’roll, un brano che potrebbe essere uscito dalle menti di Mick Jagger e Keith Richard.  Questa porzione dell’album sembra la vetrina degli omaggi, dopo gli Stones arriva Bob Dylan di My Back Pages, gustosamente rievocato, per non dire scopiazzato, in Roy Rogers, una ballata tra le cose migliori del 33.  Social Disease è una sorta di Honky Cat capitolo secondo, con Davey al banjo e con tutte le prerogative e le gimmicks spettacolari di Elton: il ritmo sincopato, la voce in falsetto, l’honky tonk dietro l’angolo.  “Sono un esempio di malattia sociale”, egli canta: e allude forse simbolicamente  al rock fagocitato dall’industria della canzonetta?  Infine Harmony, una melodia di stampo classico che chiude senza infamia ne lode un album tutto sommato positivo

Enzo Caffarelli

da Musica di Repubblica del 25.03.04

Orchestre, Marilyn, gangster, tv e lucciole: Elton al top della forma

Nel dvd allegato alla ristampa si sente dire :"Goodbye Yellow Brick Road era il Pet Sounds di Elton John, il suo Sgt. Peppers". Niente di più vero. Fisicamente Elton restò nello chateau dove lui e la sua band avevano creato una specie di comune, ma con la testa sbarcò in America. Cantò della "mitologia" americana e i testi di Bernie Taupin gli fornivano spunti a ripetizione: i gangsters (The Ballad of Danny Bailey), il cinema (Candle in the Wind), la tv (Roy Rogers), la musica (Bennie & the Jets), il sesso (Sweet Painted Lady). Allora pareva un disco lungo, oggi fin troppo conciso. Un travolgente capitolo di storia del pop. Elton saltava come un capriolo fra un accordo e l'altro. Invenzioni continue. C'è anche una Candle in the Wind per chitarra e voci da star male, e altri 3 inediti non da poco. Altro?

Enrico Sisti

da http://www.musicboom.it  (03/04/2004)

La strada di mattoni gialli
di
Carlo "Cruel" Crudele

La collana americana di dvd che ripropone il making of dei cosiddetti “classic albums” ha molti pregi: tra essi, la rivalutazione di personaggi quali Paul Simon o Elton John, che oggi sono poco in vista per una perdita di smalto ed un imborghesimento fisiologici dopo tanti anni, ma di cui non bisognerebbe mai dimenticare gli indubbi meriti.

Mr. John, per esempio: oggi lo vedete piangere Lady D (e, in generale, qualunque deceduto di fresco abbia indossato abiti griffati Versace) cucendogli addosso una Candle In The Wind stuprata più e più volte. Ma ieri Reg Dwight fu l’autore di album storici, Madman Across The Water su tutti (ne avete sentito uno dei pezzi migliori, Tiny Dancer, sul cult movie Quasi Famosi), ed è giusto e bello vedere il suo “white album” riportato per un’oretta ai fasti di cui malauguratamente non gode.
Goodbye Yellow Brick Road non è il miglior prodotto di Elton John, ma è sicuramente la summa del John-pensiero: Elton John prototipo dell’attuale cantautore di canzoncine usa-e-getta, quello che “se il pezzo non viene dopo il quarto o il quinto tentativo butto via tutto”, ma anche l’illuminato esploratore della classica sequenza II-V-I, che solo nelle sue mani riesce tuttora a reggere, trenta e passa anni dopo.

Non c’è genialità in Elton John, né peculiarità che ne rendano rapidamente identificabile la produzione: il pianista del Middlesex (“io nasco come pianista, ho dovuto adattarmi a cantare le mie canzoni quando ho visto che nessun altro voleva farlo”) è un fast runner, che in questo dvd viene dipinto da amici e collaboratori come un macinapezzi, un brano via l’altro registrati da lui e dalla band praticamente in presa diretta nel bel castello francese di Hierouville.
Ed è così che, sotto la attenta supervisione di Gus Dudgeon, nasce Goodbye Yellow Brick Road, polpettone di ben diciassette brani in cui non tutto è commestibile ma che di sicuro porta in dote pop melodies di altissima caratura quali Roy Rogers, Harmony, Sweet Painted Lady e quella Funeral For A Friend/Love Lies Bleeding che persino i Dream Theater omaggeranno quasi un ventennio più tardi.

E, se i travestimenti e i parrucchini un po’ tristi di zio Reginald possono dare l’idea di un impenitente sbruffone, l’Elton John di oggi che rivive il periodo della strada dorata (“è inutile, fu un periodo unico che non potrà più tornare”) è incredibilmente umile: minimizza ciò che il documentario vorrebbe esaltare, dicendo che per lui il tutto era una sorta di allegra e spensierata routine, nessuna metafisica ma una prassi consolidata con Taupin che gli passava i testi e lui che ci scriveva sopra un pezzo. Laddove, in un analogo dvd a loro dedicato, U2 e compari si superano nell’autocelebrazione un po’ stantia del pur ottimo The Joshua Tree, Elton John non fa mistero dei suoi metodi più che comuni, dei suoi problemi di allora nella scomoda posizione di sex symbol al pianoforte (“non puoi essere un sex symbol col pianoforte: immagina dover correre per il palco con un attrezzo di 25 metri dietro”), ma anche dell’attaccamento fisiologico allo strumento, quasi una coperta di Linus che fa fatica a mollare quando sul palco c’è da fare carne di porco con Saturday Night’s Alright For Fighting.

Prodighi di dettagli si dimostrano invece Gus Dudgeon, Davey Johnston e Nigel Olsson, rispettivamente produttore, chitarrista e batterista della band di supporto che allora accompagnava John sia in studio che sul palco: è la parte migliore di questi documentari, dove vengono resi disponibili piccoli aneddoti e trucchi di lavorazione che hanno fatto la differenza. Dudgeon isola le tracce degli splendidi cori e parla del pianoforte “chiuso” che usava John per le registrazioni, mentre il vecchio Davey (che la vecchiaia ha reso, ahinoi, ancora più brutto di quanto non fosse ai tempi) si esibisce in alcuni dei riffoni più popolari contenuti nell’album.
C’è poi una bella pletora di agiografi improvvisati (Tim Rice, Rick Frio, il dj Pat Pipolo innamorato follemente di Bennie And The Jets, persino la presidentessa dell’Elton John Fans Club) e la testimonianza dell’esemplare arrangiatore Del Newman, senza cui probabilmente tracce come The Ballad Of Danny Bailey o la stessa Harmony non avrebbero avuto una tale austera risonanza.
Chiude il cerchio Bernie Taupin, paroliere storico di John, anche lui con la sua mole di ricordi ed analisi più o meno pertinenti ai testi dei diciassette brani.

Una bella commemorazione per Elton John – che casca a pennello soprattutto oggi, con le sue azioni in calo perenne da almeno un decennio – ma soprattutto un modo interessante di ricordare Goodbye Yellow Brick Road. Che, con i suoi pregi ed i suoi difetti, è indubitabilmente un evergreen da rispolverare.

Elton John bridges the gap between rock bands and solo acts. He could have gone in either direction but instead chose to go in both at the same time, throwing his version of contemporary vaudeville in for good measure. He has already out-distanced his most pretentious pretender to the throne, David Bowie, as the best of Britain's self-conscious pop stars. He often makes up in breadth what he lacks in depth, touching on many things with sophistication, but rarely getting to the bottom of any one of them. His voice is too limited to do justice to the variety of his material and he often unintentionally levels the differences between songs when he means to explore them. Nonetheless, taken a side at a time, the four-sided Goodbye Yellow Brick Road is thoroughly enjoyable, the rockers moving out with more gusto than those of many bands that work exclusively in that genre, the ballads exploring his and lyricist Bernie Taupin's romanticism without apology. The production (by Gus Dudgeon) and arrangement (by Del Newman) touches are almost always interesting and often engagingly excessive. In fact, no matter how far afield he wanders, I always know Elton John is a rocker because he's so damn brazen. 

John Landau, Rolling Stone, 06/06/74

A superb set from the British artist who has not missed yet. As always, Elton John's keyboard playing is superb, and his vocals range from the raucous rock he has often been associated with to extremely pretty ballad material. LP seems fuller in many ways than some previous efforts, with strong guitar work from Davey Johnstone and excellent background vocals from the entire group. John seems able to sing almost any type of material, from rock to county to Jamaican-flavored tunes, and this double set exposes this even more. As usual, fine words from Bernie Taupin. Best cuts: "Goodbye Yellow Brick Road," "Grey Seal," "I've Seen That Movie Too," "The Ballad Of Danny Bailey (1909-34)," "Dirty Little Girl."

Billboard, 1973

After many fumbles and a great many more near-misses, Elton John is back and stronger than he's been on record in many a blue moon. This lush two record set moves from mood to mood with no apparent effort and a great sense of timing, class and style. I've never been one of the people who found "Rocket Man" (a "Space Oddity" rip-off no matter what anybody says) or "Daniel" as fulfilling as "Your Song," "I Need You To Turn To" or "Border Song." So, as the years passed and the man became more and more flamboyant, I kept thinking his music was really suffering from all this adulation. But Elton finally has met his original potential and whether he's singing the delicate and beautiful "Goodbye Yellow Brick Road" or rocking out to "Your Sister Can't Twist (But She can Rock n' Roll)" he always hits the mark rather than scoring a near miss. Bernie Taupin is pursuing the many facets of a dying Hollywood, much in the style Ray Davies did on the Kink's Everybody's In Showbiz epic, and in many songs, especially "Roy Rogers," he's sentimental and sensitive without ever slipping into that dangerous songwriter's trap of banality. "You draw to the curtains/And one thing's for certain/You're cozy in your little room/The carpet's all paid for/God bless the T.V./Let's go shoot a hole in the moon," Elton sings. When you are not forced to look at Mr. John's ridiculous get-ups it's easy to believe in him once more. Harmony" is a change of pace number. Haunting and subtle it has great mid-sixties three-part harmony (natch) with backup vocals compliments of Davey Johnstone and Nigel Olsson. The song sounds as if it might have been recorded for the first or second Bee Gee's LP, way back when they were a great band. "Harmony" may never be a single but it's a star track and a perfect end for a near perfect album. 

Janis Schacht, Circus, 01/74


 

 
 

anno/label 1973 - DJM in UK, MCA in USA 
produzione Gus Dudgeon
arrangiamenti orchestrali Del Newman
studio Strawberry Studios, Heroville, Francia
musicisti Nigel Olsson: batteria, congas, cori; Ray Cooper: percussioni; Dee Murray: basso, cori; Davey Johnstone: chitarre, cori; Leroy Gomez: sassofono; Dave Hentschel: sintetizzatore; Kiki Dee: cori; Elton: piano, mellotron, organo Farfisa
note Ottimo album doppio che consacrò Elton con una permanenza record nelle classifiche Usa; grandi canzoni, molte indimenticabili, peccato Del Newman che non è certamente Paul Buckmaster; Elton è al top della seconda fase della sua carriera.

 
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