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  Tumbleweed Connection, terzo album in ordine di pubblicazione,  è senza alcun dubbio uno dei picchi qualitativi nella produzione di Elton John, se non il suo punto più alto in assoluto.  Le canzoni contenute nell'album furono registrate nello stesso periodo di quelle che entrarono a far parte dell'album Elton John.  Ma qui l'impronta è diversa, è un disco che si ispira al West americano e ha come punto di riferimento una band molto amata da Elton e Bernie, The Band.  I superlativi arrangiamenti di Paul Buckmaster qui sono più ariosi e le canzoni sono su un livello oggi inimmaginabile, compresa la Love Songs di Leslie Duncan, all'epoca corista di Elton e cantautrice emergente.  Particolare curioso, l'album entrò in classifica senza che nessun singolo fosse mai pubblicato.
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1) Ballad Of A Well-Known Gun
2) Come Down In Time
3) Country Comfort
4) Son Of Your Father
5) My Father's Gun
6) Where To Now St. Peter?
7) Love Song*
8) Amoreena
9) Talking Old Soldiers
10) Burn Down The Mission
  

negli anni 90 è stata pubblicata una versione rimasterizzata del CD con due bonus tracks:

11) Madman Across The Water (versione alternativa)
12) Into The Old Man's Shoes

 

* composta da Lesley Duncan
 
 
 
 
 
 

classifiche:
Stati Uniti:    5° posto
Inghilterra:    6° posto
Italia:    --
 
 
 
 
 

Elton John  Tumbleweed Connection
di Enrico Sisti   da www.repubblica.it

Una leggendaria dimostrazione di forza. D'autore
Erano i giorni di "Reggie scatenato". L'esordio americano, al
Troubadour di Los Angeles nell'agosto del '70, anticipò di qualche
giorno la pubblicazione di questa meraviglia che proprio all'epopea
americana del west (e al country-rock "revisited" cui il ragazzo
aveva sempre prestato molta attenzione) doveva gran parte della
sua linfa vitale. Dopo solo pochi minuti di disco, con l'oboe di Karl
Jenkins e la prepotente dolcezza dell'orchestra di Paul
Buckmaster, ancora oggi Come down in time dà la misura di una
bellezza totalizzante e, forse, dimenticata, esprimendo tutto il
potenziale del formato breve ( la canzone), di quel disperato e
obbligato ermetismo che la storia della comunicazione ha
trasformato nel più ascoltato prodotto dell'arte di consumo.
Elton aveva appena 23 anni, ma era già maturo come un bicchiere
di porto e come un bicchiere di porto si scopriva importante ad ogni
sorsata, perdendosi nella sua stessa profondità.  Talento
straordinario, con Tumbleweed Connection Elton entrò nella sua
fase più creativa, che si sarebbe chiusa soltanto con Goodbye
Yellow Brick Road e il sottovalutato Caribou.  Già in quei giorni,
benché non avesse ancora raggiunto la fama planetaria, Elton
era una spalla alla quale appoggiarsi.  La spalla avrebbe
garantito sostegno per anni, trovando naturale produrre
almeno una mezza dozzina di dischi da isola deserta,
cambiando solo qualche tassello nella band.
E le basi di tutto ciò nascevano qui. Nella foto virata seppia della
copertina, nella grafica da whiskey del Tennessee, nella contagiosa
turbolenza del rock blues (Ballad of a well-known gun, Son of your
father e la languida My father's gun che riprendeva uno dei fili
staccati della cultura inglese, che non aveva quasi mai osato prima
rischiare il gospel-pop), nel candore di Love song (la celebre
canzone di Lesley Duncan), nella strepitosa completezza di Where
to now St. Peter? e Talking old soldiers. Una macchina del tempo,
quella di Tumbleweed connection, alimentata da prodigiose
intuizioni che Elton elaborava sui testi già scritti di Bernie Taupin.
Le incisioni erano scarne, come il gruppo che le rendeva possibili e
che era formato da nomi a loro modo mitici come Nigel
Olsson, Dee Murray, Caleb Quaye, Roger Pope.
Così quando uscì il live 11-17-70 nessuno si stupì che la band 
di Elton John si era fisiologicamente ridotta a uno scheletrico trio. 
Forse proprio grazie alla loro singolare desolazione,
questi canti d'amore e di guerra (sentimenti e pistole) hanno potuto
vivere in tutti questi anni al riparo dalle schegge impazzite
dell'omologazione. Se Elton avesse avuto cura della sua carriera
come ha avuto cura dei suoi capelli, avrebbe forse impedito che
l'autore di questo capolavoro, "il pazzo che camminava sull'acqua",
diventasse lo stralunato testimonial di oggi. Testimonial di cosa?

                da www.delrock.it
               di Riccardo Bertoncelli

                      Elton John fu «la prima grande rock
                         star degli anni ‘70», come scrisse
                         Robert Hillburn sul Los Angeles Times
                         nell'agosto 1970, consacrandolo dopo
                         il suo primo concerto americano. 

                            Lo so che è difficile farlo capire a chi non c'era, ai tanti che
                            hanno in mente un Elton John bolso, autoparodistico, molto
                            più vecchio dei suoi anni, e più che alle canzoni sono
                            interessati ai suoi occhiali o alle sue zeppe. Ma ci fu un
                            tempo in cui Elton John era giovane, vitale e ricco di idee, e
                            fu un tempo felice. Una stagione in cui il rock riscoprì la
                            canzone, dopo aver perseguito la distruzione delle forme
                            con gli acidi della psichedelia e del progressive. Accadde
                            giusto agli inizi dei '70, con la grande scuola delle Joni
                            Mitchell e Carole King, dei James Taylor, dei Randy
                            Newman; e con il fiammeggiante esempio di Reginald
                            Dwight, in arte Elton John, un britanno puro con una sua
                            idea fantastica di America, bianca e nera, capace di mettere
                            in belle canzoni romantiche o boogie i suoi amori e il suo
                            mestiere. 

                            Tra il marzo del 1970 e il maggio 1972, poco più di due
                            anni, pubblicò la bellezza di quattro album di inediti, una
                            colonna sonora e un live, oltre a qualche pezzo sparso su
                            45 giri - così, per gradire. Era una macchina di musica,
                            aveva imparato a scrivere presto e bene con una dura
                            gavetta a 10 sterline la settimana, musicando per le
                            edizioni di Dick James i testi che gli arrivavano via posta da
                            un giovane paroliere che neanche conosceva di persona,
                            Bernie Taupin. Quando finalmente riuscì a trovare spazio
                            come interprete, all'alba del 1969, la coppia affinò i suoi
                            prodotti ma il ritmo rimase infernale, spaccando in due
                            pubblico e critica. «Si trattava di musica usa e getta o di un
                            impianto per il riciclaggio dei rifiuti?», ha scritto Robert
                            Christgau sulla Storia del rock di Rolling Stone. Né l'una né
                            l'altro, in effetti. Pur con il ricorso a qualche filler, come no?,
                            gli album di Elton John erano pieni di belle canzoni e
                            proponevano un nuovo stile, innestando elementi di rock sul
                            ceppo della classica canzone pop e dando al pianoforte
                            nuova linfa, seguendo l'esempio di un maestro amatissimo
                            dall'artista e oggi praticamente dimenticato - Leon Russell. 

                            Elton John incide ancora oggi, è appena uscito un Peachtree
                            Road con registrazioni nuovissime. Ma se si vuole ascoltarlo
                            fresco e ispirato, come qualcuno forse neanche immagina,
                            bisogna tornare agli anni che prima dicevamo, agli inizi
                            della storia. Non c'è un album che raccolga l'unanimità dei
                            consensi, ognuno ha un suo preferito. Io scelgo Tumbleweed
                            Connection, il terzo, ottobre 1970, anche se la storia dice che
                            non godette di straordinaria fortuna e soprattutto non ebbe
                            riflessi sul mercato dei 45 giri, dove per anni Elton
                            furoreggiò. È il secondo disco prodotto da Gus Dudgeon e
                            l'unico di quel periodo in cui manca la firma di Paul
                            Buckmaster, l'arrangiatore di fiducia. Così niente orchestra
                            in senso classico, e forse proprio questo mi piace: un
                            tappeto sonoro molto «American Sixties», più asciutto e
                            colorito, con un tripudio di chitarre acustiche, elettriche, 12
                            corde e steel, e il pianoforte di John che in quel giardino
                            produmato cerca il suo spazio. 

                            Due canzoni almeno svettano con personalità: Country
                            Comfort, che Rod Stewart riprenderà splendidamente di lì a
                            poco in Gasoline Alley, e Burn Down The Mission, uno dei
                            capolavori dell'artista, uno dei suoi segni più marcatamente
                            rock - c'è un pianoforte inquieto che scappa dalle dolcezze
                            delle chitarre acustiche e dell'organo di Brian Dee, e va ad
                            abbracciare non solo Russell ma tutta la grande tradizione
                            del boogie rock, fino a Jerry Lee. Altro di bello è più
                            nascosto, tra le pieghe: come Ballad Of A Well-Known Gun o
                            Where To Now St. Peter?, con la chitarra stranita di un ottimo
                            musicista che in quel periodo frequentava spesso John,
                            Caleb Quaye. 

                            Anche Love Song è una delizia, e una rarità. È l'unica
                            canzone dell'album che non porta la firma di John e Taupin.
                            Venne scritta da Lesley Duncan, che appare nel brano come
                            cantante e chitarrista, e porta il curioso Elton in un dolce
                            mondo West Coast che, un anno dopo Woodstock, è già
                            quasi storia più che attualità. Sarebbe stato divertente
                            insistere su quella pista, invece ci restano solo tre minuti e
                            quaranta secondi per immaginarci con malizia come avrebbe
                            potuto suonare un Crosby, Stills, Nash & John. 

                            Tumbleweed Connection è disponibile in una nuova versione in
                            Superaudio cd ibrido/5.1. Surround insieme ad altri dischi
                            del suo catalogo classico: Elton John, Honky Chateau, Madman
                            Across The Water e Captain Fantastic & The Brown Dirty Cowboy.
                            Rispetto all'originale del 1970, presenta due bonus track
                            peraltro già presenti in una precedente ristampa cd. Sono
                            Into The Old Man's Shoes, a suo tempo facciata B del singolo
                            di Your Song, e la versione originaria di Madman Across The
                            Water, la canzone che avrebbe intitolato l'album successivo
                            di Elton John, novembre 1971. (riccardo bertoncelli) 

                            Elton John - Tumbleweed Connection (Mercury) ***½ 
 


da www.debaser.it

Elton John: Tumbleweed Connection

Recensione di: Blackcrow, (04/12/2005)
Voto: * * * * *

È sorprendente l'ostinata puntualità con cui - mentre molti maturi signori della canzone leggera riescono ancora a centellinare saporite delizie melodiche, procrastinando all'infinito il proprio canto del cigno - alcuni musicisti navigati si affannino, a suon di tonfi artistici, a smentire il detto "gallina vecchia fa buon brodo". Così - cullati tuttora dalla voce pastosa e intrisa di scotch del caro vecchio Van o incantati nello scoprire un James Taylor sempre più sottilmente comunicativo - ben poca sorpresa desta l'immancabile appuntamento con le furbe tinte di Sir Reginald Wright, in arte Elton John. Il quale, ridotto ormai a marionetta più o meno consapevole dello show biz, non sforna una cosa degna del suo altisonante nome dal lontano 1992 - anno in cui il discreto "The One" partoriva con taglio cesario il più grande pezzo del nostro in ben cinque lustri, "The North".

La storia è nota fino alla nausea: dall'orrendo e ingiustificabile esperimento di "Victim Of Love" (1979) in poi, il baronetto stenterà - pur alternando ad opere indecorose o inutili alcune sufficienze piene - a far rivivere la magia capace, nel breve lasso tra il 1970 e il 1973 (per qualcuno 1975), di inanellare perle inossidabili come "Tumbleweed Connection", "Madman Across The Water", "Honky Chateau", "Don't Shoot Me" e il doppio "Goodbye Yellow Brick Road". Supportata dal sempiterno riscontro di botteghino di pezzi come "Rocket Man", "Candle In The Wind", "Daniel" e mille altri - la memoria di questo eccelso songwriting rischia però di non rendere merito alla genialità insita nella costruzione stessa delle opere, destinate ad apparire perlopiù (almeno presso i non addetti ai lavori) come meri contenitori di prelibati hit. Questione che diventa spinosa proprio là dove questi hit scarseggiano o non sono affatto presenti: ed è appunto il caso del capostipite della gloriosa stirpe, lo straordinario trattato visuale-letterario di "Tumbleweed Connection" (1971) - che a 35 anni dalla sua comparsa strappa ancora una commossa ovazione.
Questa intensa e corposa rivisitazione dell'epopea western vede il lirismo di Bernie Taupin e le invenzioni melodiche di Elton raggiungere un grado di fusione talmente efficace da lasciare sbalorditi ad ogni ascolto. Lasciate da parte l'edulcorato pop da classifica di "Sacrifice" o "Word In Spanish" nell'abbracciare senza remore l'irresistibile rock-blues di "Ballad Of A Well-Known Gun" e "Son Of Your Father", il sublime esperimento di gospel-pop in "My Father's Gun" o la delizia west-coast di "Love Song" (cantata e firmata da Lesley Duncan). Concedetevi pure una pausa, prima di fare i conti con la terribile compiutezza melodica di "Where To Now St. Peter?", la disarmante cantabilità di "Country Comfort" (ripresa mirabilmente lo stesso anno da Rod Stewart, in "Gasoline Alley") e il crack emotivo di "Talking Old Soldiers". Lasciate scorrere nelle vostre vene il canto struggente di "Amoreena" e l'inquieto pianoforte dello straordinario boogie-rock nella conclusiva "Burn Down The Mission". E se tutto questo non basta ancora a procurarvi il capogiro, la dolce orchestra guidata da Paul Buckmaster è pronta ad affiancare l'oboe di Karl Jenkins nell'annunciarvi quei tre minuti di inarrivabile e totale perfezione che va sotto il nome di "Come Down In Time" - vertice assoluto di un'ispirazione melodica che, almeno in questi solchi, non conosce vecchiaia
.


da www.rocklab.it

Elton John
Tumbleweed Connection

Autore: Marco Mantovani


Credo che su Elton John si possano dire almeno due cose, senza timore di essere smentiti:
1)E' un uomo di antipatia rara.
2)Ha scritto delle canzoni memorabili.
Molte di queste canzoni memorabili sono contenute su Tumbleweed Connection, un album risalente agli inizi della sua carriera, e che si contende, insieme a Goodbye Yellow Brick Road ed a Captain Fantastic, la "palma" di sua opera migliore. Uscito nel Gennaio del 1971, Tumbleweed Connection è un disco musicalmente piuttosto cupo ed introspettivo, assai diverso da alcune sue produzioni successive. La foto di copertina ritrae un Elton John ancora giovanissimo e dall'aspetto abbastanza dimesso; nulla a che vedere con la star bizzosa e indisponente della seconda metà degli anni '70 ed oltre. Và detto che Elton, anche nei suoi periodi più fastidiosamente kitch e pacchiani, non smetterà mai di scrivere grandi pezzi, ma saranno quasi sempre episodi a se' stante; grandi canzoni utilizzate per trainare album complessivamente mediocri.
Tumbleweed Connection, invece, è un disco bello dall'inizio alla fine. Il suono è, a tratti, quasi country. La strumentazione è meno ridondante del solito, il pianoforte è sempre in grande evidenza, ma non mancano violini e steel. Sicuramente è il disco più "americano" di Elton, non ci sono dubbi.
Almeno 3-4 grandi ballate, struggenti e di grande intensità, si alternano a pezzi più movimentati e rockeggianti, ma, come detto, è un disco dove prevalgono le tinte scure.
E' davvero difficile trovare un punto debole: dall'iniziale Ballad of a Well Know Gun, fino alla bellissima Burn Down the Mission. In mezzo, solo grandissimi brani; Come Dawn in Time e Talkin Old Soldier, struggenti e toccanti. Country Comfort e Son of Your Father, i due pezzi più vicini a sonorità country del disco. Ma anche tutto il resto è davvero indimenticabile: Amoreena, Love Song, My Father's Gun.
Capolavoro.



Right off the bat this is an improvement over the first one because Tumbleweed is rock music, so all of those Hollywood strings and arrangements that made the first one just a bit trying after 1000 listens is gone. Which is not to say that Tumbleweed is perfect. As could be expected no chances are taken and the sound is still a bit too lush, and the songs just a bit too smooth. But this is really focusing too much. EJ has a good thing going for him and it sounds like it's gonna last awhile. The Taupin-John compositions here are even more infectious and artful than on the last album -- and the change between the two is just enough to satisfy even the most uncompromising fan. Somewhere deeper than the clever words and groovy tunes and soulful crescendos there's still a hint of something synthetic. But that's what they said about Creedence Clearwater, too. 

Danny Goldberg, Circus, 1971

Here is another smash album for the British composer/performer and his lyricist, Bernie Taupin. John's singing and superb piano style are reflected well in almost every tune. His rendition of "Country Comfort," which is about one year old, is the best yet. Although this is but his second LP, Elton John's track record already speaks for itself, and the album is sure to be one of the biggest of the new year. 

Billboard, 1971


 Negli Stati Uniti è stato pubblicato dalla UNI Records un promo 7" (LLP #143) con quattro brani:  
lato A COME DOWN IN TIME" COUNTRY COMFORT, lato B.  AMOREENA e LOVE SONG.

Tumbleweed Connection - Elton John



 
 

anno/label 1970 - DJM in UK, UNI in USA 
produzione Gus Dudgeon
arrangiamenti orchestrali Paul Buckmaster
studio Trident Studios, Londra
musicisti Roger Pope: batteria e percussioni; Nigel Olsson: batteria e cori; Barry Morgan: batteria; Dave Glover: basso; Dee Murray: basso e cori; Herbie Flowers: basso; Chris Lawrence: basso acustico; Mike Egan: chitarra acustica; Lesley Duncan: chitarra acustica e cori; Les Tatcher: chitarra; Caleb Quaye: chitarra; Gordon Huntley: chitarra steel; Skaila Kanga: arpa; Karl Jenkins: oboe; Johnny Van Derek: violino; Dusty Springfield, Madeleine Bell, Kay Garner, Tony Burrows,Tony Hazzard, Sue & Sunny: cori; Elton: piano e organo
note grande produzione sovrastata dagli arrangiamenti orchestrali di Buckmaster, influenze di The Band e del vecchio West.
Elton è al top, un capolavoro praticamente ignorato dalla critica.  Irripetibile. Insieme a Madman Across The Water il picco della produzione discografica di Elton


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