da www.gazzettino.it
Sabato, 20 Dicembre 2003
Venezia
Benvenuti nella Fenice ...
Venezia
Benvenuti nella Fenice del
XXI Secolo, dove falso e vero si confondono tra storia e cronaca. Nella
città dove nacque l'opera e divenne arte popolare, arriva un maestro
del pop contemporaneo a ricordare che tante sono le strade delle dodici
note (compresi gli accidenti) e che il futuro dovrà tenerne conto.
Elton John è arrivato a Venezia a tenere il concerto più
atteso, dopo quello di Riccardo Muti, della settimana di riapertura del
teatro risorto per la seconda volta dalle sue ceneri. Fra un paio di secoli
sarà di nuovo antico, ma intanto l'odore avvolgente delle colle
e delle vernici ricorda la grande illusione di essere di nuovo laddove
"era e com'era", con le sue poltroncine troppo stipate, la platea pendente
in maniera insufficiente a veder bene il palco, gli ori e gli stucchi che
pur bruttini contribuiscono a fare la splendida "voce" del teatro, anche
se violentata dall'amplificazione. Elton John è reduce da
due concerti con la sua band a Milano e Roma ed è in procinto di
partire per Las Vegas dove resterà intanto per tre mesi filati.
Arriva da solo, come previsto, alle 19 in punto secondo l'orologio del
teatro che è già in ritardo di 20 minuti, con il suo pianoforte
a coda finto-vero, presentato dal sindaco che ricorda come l'evento fu
programmato il giorno in cui il musicista inglese, presa casa a Venezia,
decise di informare il Primo cittadino di avere un nuovo compaesano di
lusso. «"Cosa posso fare per Venezia?", mi chiese, e io dissi, sicuramente
un concerto e perchè non alla Fenice?», spiega Paolo Costa.
Niente supervip nella bomboniera veneziana, con un pubblico mediamente
molto più anziano ed elegante di quello che Elton ha ai suoi concerti.
Lui si presenta di nero vestito, giacca con le code e uno stano uccello
disegnato sulla schiena, e camicione nero largo che sovrasta i pantaloni.
Apre subito da dove aveva finito nei palasport, con "Your song", la canzone
dedicata a "voi", omaggio a pubblico, teatro e città.
«Scusate il mio inglese.
È un onore per me essere qui a celebrare la riapertura della Fenice
in questa che è la più bella città del mondo - dice
- È la mia prima volta a Venezia. Farò alcune canzoni che
conoscete bene, altre che volete sentire, e sono molto nervoso...».
"Border song" è il suo approccio al tema della pace, uno spiritual
classicheggiante con variazioni blues. Da un vecchio disco del 1970 recupera
"The greatest discovery" e poi "Someone saved my life", complesso brano
pieno di variazioni pianistiche. «Questa invece è la
storia di un giovane ballerino degli anni '80 che prese l'aids in un periodo
in cui l'amministrazione americana non faceva nulla per i malati di aids»,
spiega presentando la recente "The ballad of the boy in red shoes".
Ma c'è voglia di
classici. Il suo pianoforte estrae un suono elettrico per "Daniel" e poi
"Rocket man", ricaricandosi di elettricità con "I'm still standing",
"Nikita", e "Tiny Dancer" «da "Madman across the water", una delle
mie preferite che ha avuto tre anni fa una rinascita», spiega.
La gente si emoziona alle prime note di "Sorry seems the hardest word",
meno per "Sacrifice". Si riascolta "Candle in the wind" senza commenti
e "I guess why they call it the blues" con le sue variazioni "stride".
"Original sin", il peccato originale dell'ultimo album è dedicata
«alla gioia di poter condividere con qualcuno questa bellezza. Questa
è per te Davide», annuncia Elton. Che poi offre un saggio
di composizione pianistica prima dell'ultima "Don't let the sun go down
on me". «Canzone che non sono mai stanco di suonare - dice-. Grazie
per avermi fatto sentire a casa su questo palco dove sono saliti così
tanti grandi musicisti. Grazie Venezia. Grazie. Grazie». Grazie a
te Elton, replica la platea con un caloroso applauso. Elton John si congeda
con un'ultima canzone ("The circle of life") e con un appello: «Perchè
in questo periodo di Natale ci si ricordi chi siamo e da dove veniamo,
e perchè il mondo diventi un posto sicuro e in pace ovunque».
Giò Alajmo