LP d'esordio di Elton John, con testi scritti dal sodale Bernie Taupin, Empty Sky
viene alla luce sul finire degli anni 60, un periodo cruciale in cui si
attenuano gli eccessi della psichedelia e si riafferma la
forma-canzone, spalancando le porte a quella che sarà l'età d'oro del
Rock, il lustro 1970-75.
Come molti dischi d'esordio ha un suono poco
elaborato, quasi da demo e qualche ingenuità (a cominciare dalla poco
attraente copertina, con un Elton capellone sosia di Al Bano), ma
proprio in virtù di questo ispira simpatia, dato che oggi con una
super-produzione alle spalle qualsiasi nullità pop può sbancare già al
primo colpo.
Invece la Dick James Music aveva puntato con un basso
budget sul talento acerbo di un giovane musicista, pianista e cantante
della scuderia, già in rodaggio da due anni (il primo singolo, passato
inosservato, era del 1967). E sprazzi di talento non mancano in questo
album, a cominciare dalla lunga title-track che lo apre, un brano rock
alla Rolling Stones pieno di energia, non a caso proposto live con la
superband a metà anni 70 quando Empty Sky sarà distribuito negli USA a seguito della immensa popolarità conquistata dal suo autore.
Notevoli anche la nervosa Sails, la folkeggiante Hymn 2000 e Western Ford Gateway,
un gioiellino country-rock che sorprende per maturità e freschezza:
sembra scritto oggi, tanto che le strofe verranno scopiazzate (o
citate?) da una hit degli Oasis.
Nelle ballate emerge già lo stile melodico caratteristico della coppia John-Taupin, ma nè Val-Hala nè Lady what's tomorrow nè l'insipida The scaffold sono degne di nota; alla migliore del mazzo, Skyline Pigeon,
qui buffamente arrangiata al clavicembalo, verrà resa giustizia con una
superba piano version uscita come B-side pochi anni dopo.
Discorso a parte merita la conclusiva Gulliver,
che grazie a una struttura melodica meno scontata spicca per bellezza
sulle altre ballads, andando a legarsi ad un brano strumentale jazz dal
titolo Hay Chewed (si legge Hey Jude, tanto per capirci...) e ad una ripresa finale di tutti i ritornelli dell'album.
La
produzione spartana valorizza decisamente i brani rock, dove già si fa
sentire la bella chitarra di Caleb Quaye, penalizzando i lenti: già
questo costituisce un'anomalia nella discografia di Elton e rende Empty Sky
un disco interessante anche se lo si considera al di fuori dal contesto
eltoniano...insomma, non si tratta del classico lavoro consigliabile ai
soli fans e collezionisti.
voto 6/7
Elton John
2011
La storia del secondo LP di Elton John, dal titolo omonimo, è quella di un talento premiato: malgrado i primi singoli ed Empty Sky
fossero passati inosservati, la DJM decise di sostenere il giovane
Elton con un disco prodotto a budget più alto ingaggiando i due artefici
della memorabile Space Oddity di David Bowie, ossia Gus Dudgeon (produttore) e Paul Buckmaster (agli arrangiamenti).
Ma se Elton John scalò le classifiche inglesi e americane non fu per la celeberrima Your Song,
la regina delle canzoni d'amore, perfetta nella sua semplicità la
quale, è bene ricordarlo, inizialmente uscì solo come B-side del secondo
singolo Take me to the pilot; no, il successo Elton se lo
guadagnò grazie alla promozione affidata ai concerti, che colpirono
soprattutto il pubblico americano svelando un talento di compositore e
pianista rock senzazionale.
Il difetto del disco è proprio quello di
non valorizzare appieno l'Elton mago del pianoforte, spesso sovrastato
dagli archi, ma d'altro canto se Elton John è un classico del
pop-rock sinfonico lo deve soprattutto ai barocchi interventi
dell'orchestra condotta da Buckmaster, al servizio di melodie ora cupe (Sixty years on), ora solenni (The king must die), ora classicheggianti (I need you to turn to, dove il clavicembalo è usato assai meglio che in Skyline pigeon), ora delicate (The greatest discovery) ora uggiose (First episode at Hienton,
il brano più debole a mio parere), che gli conferiscono un suono
particolare e originale e ne fanno probabilmente l'album di Elton meno
orecchiabile e radiofonico, tanto più che i testi di Taupin passano con
naturalezza dal romanticismo intimista all'ermetismo puro...giusto per
ribadire del talento premiato e del successo non scontato.
L'orchestra è affiancata a una validissima sezione ritmica in brani che strizzano l'occhio ai generi americani come il R&B (Take me to the pilot, The cage), il gospel (la stupenda Border Song, primo dei due singoli estratti), il country (No shoe strings on Louise) secondo un modello che verrà perfezionato nel successivo Tumbleweed Connection.
Un
disco importante, da avere, ma non l'ideale per chi fosse digiuno di
Elton e volesse iniziare a scoprirlo: meglio partire con un album più
immediato, oppure col live 11-17-70 che immortala una tappa del
tour e l'incredibile energia di Elton al piano accompagnato solo da
basso (Dee Murray) e batteria (Nigel Olsson), una formula purtroppo mai
più ripetuta per la quale oggi metterei la firma, se avesse il coraggio
di riproporla.
Voto 8+
Tumbleweed Connection
2011
Una decina di anni fa, quando vidi il film Quel pomeriggio di un giorno da cani
rimasi colpito dalla splendida canzone che accompagnava i titoli di
testa, chiedendomi inutilmente chi fosse quel bravo cantautore americano
degli anni 70 dalla voce a me ignota.
Rivedendolo alcuni anni dopo, riconobbi subito le note di Amoreena...nel frattempo avevo comprato tutti i dischi di Elton John.
Un
giorno si dovrà indagare su come Elton abbia potuto cambiare così
radicalmente la voce e il modo di cantare, già mutati ben prima della
nota operazione alle corde vocali pre-Reg Strikes Back...forse un caso unico nella storia del Rock.
Ma
a prescindere da questo: sarà per l'amore della coppia John/Taupin per
la musica americana, sarà per consolidare il successo ottenuto presso il
pubblico USA, fatto sta che Tumbleweed Connection, il terzo britannicissimo LP di Elton, sembra un disco totalmente a stelle e striscie.
Benchè realizzato in fretta tra un concerto e l'altro, uscito quando il precedente Elton John
ancora si stava affermando nelle classifiche, è increbidilmente
ispirato e maturo e impeccabilemte prodotto, non solo a livello sonoro
(Buckmaster arrangia tutti gli strumenti, e nessuno prevale sull'altro
pur valorizzando il pianoforte) ma anche estetico, con foto seppiate e
alle illustrazioni a matita di scenari USA ottocenteschi.
Ad Elton e
Bernie non interessa la storia ma il mito, non il West ma il Western,
così su testi (e titoli) zeppi di armi, fuorilegge, soldati, i generi
tradizionali americani (blues, folk, country e tanto, tanto gospel)
incontrano un gusto melodico teatrale e preciso; coerentemente, i
lussureggianti arrangiamenti orchestrali non mancano ma sono
sapientemente calibrati rispetto a Elton John.
Si parte con la magnifica Ballad of a well-known gun, dove spicca la chitarra elettrica di Caleb Quaye, si prosegue con la romantica Come down in time (l'unico brano non a sfondo western, assieme a Love Song); Country Comfort,
all'epoca incisa anche da Rod Stewart, è il modello per tutti i brani
country di Elton, che non sono pochi, benchè sparsi in tanti dischi
diversi; Son of your father velocizza con genio un demo inizialmente ben più lento, My father's gun è una ballata blues che ripete il ritonello all'infinito, eppure vorresti che non finisse mai.
Più semplici e orientate al folk sono Where to now St. Peter?, che ha testo-capolavoro, e Love Song
che, pur scritta da Lesley Duncan, corista qui e in altri brani, si
integra benissimo: tra le pochissime cover della sua discografia, è un
classico di Elton a tutti gli effetti benchè privo di pianoforte (è solo
voce e chitarra acustica).
La citata Amoreena invece è un piano-rock coi fiocchi, Talking old soldiers
un capolavoro solo per piano e voce (ma perchè Elton ne ha fatti così
pochi? Forse perchè resta un modello irraggiungibile, anche di duttilità
vocale), Burn down the mission conclude il tutto con la giusta energia di piano e orchestra che parte inaspettata a ritornello concluso.
Imperdibili le due bonus-track: Into the old man's shoes, B-side di Your Song (uscita come singolo solo nel 1971) ma a tutti gli effetti un brano di questo disco, analogo a My father's gun. E la spettacolare versione originale di Madman across the water con Mick Ronson alla chitarra, che invece sembra uscita dal coevo The Man Who Sold The World di David Bowie.
Probabilente chi conosce solo l'Elton di The One e Circle of Life
resterà spiazzato da questo disco, ma non è detto che non lo apprezzi,
magari non al primo ascolto; più facile che piaccia ai fans di The Band
(citati espressamente come fonte d'ispirazione), degli Eagles di Desperado, del Neil Young di Harvest,
di Crosby Stills & Nash, ecc. ecc. In ogni caso è un pezzo unico
nel percorso artistico di Elton, assolutamente prezioso ma a ben vedere
non così anomalo, visto il risorto amore del suo autore per le sonorità
americane.
E' altrettanto vero, però, che se Elton avesse mantenuto
questo stile per tutta la carriera, oggi la sua discografia sarebbe
assai monotona, inoltre onestamente come avrebbe potuto superarsi?
voto 9
Madman Across The Water
2011
Ha un che di misterioso questo disco: il titolo forse poetico forse
inquietante, sicuramente visionario, e la copertina con la scritta
Madman Across the Water cucita su un tessuto jeans non lasciano
immaginare nulla circa il contenuto.
Musicalmente, questo terzo atto dell'Elton John "à la" Buckmaster è la diretta evoluzione dei due album precedenti.
Da Elton John proviene il gusto per le orchestrazioni sontuose, che qui
perdono ogni pesantezza e si incastonano perfettamente nelle canzoni,
non intralciando né il pianoforte né lo splendido lavoro degli altri
musicisti, tra cui un Davey Johnstone alla sua prima apparizione con
Elton e un Rick Wakeman ospite di lusso, che danno il meglio
rispettivamente al mandolino in Holiday Inn e all'organo in Razor Face.
Di Tumbleweed Connection restano i riferimenti all'America e alla sua
musica, decisamente più vaghi e sfumati: se Rotten Peaches e All the
Nasties si concludono con cori gospel, la grandiosa Indian Sunset
dedicata agli ultimi giorni di Geronimo diviene il fiore all'occhiello
di un rock spettacolare e fascinoso che riduce al minimo la chitarra
elettrica.
Personalmente preferisco la versione originale della title-track, ma
aver sostituito gli assoli di chitarra con gli archi ha donato al disco
uno stile e un suono compatti e omogenei, al servizio di un talento
melodico in stato di grazia, nei due singoli estratti (Tiny Dancer e
Levon) come in tutti gli altri brani.
Purtroppo sono solo nove, ma si sa che qualità e quantità non vanno mai
a braccetto (Goodbye Yellow Brick Road in questo senso sarà un
miracolo).
L'ultima traccia si intitola Goodbye, un addio breve e struggente, come
se Elton avesse già deciso di non replicarsi e di cambiare rotta,
avvicinandosi alla perfezione e fermandosi a un passo dal manierismo.
Molto probabilmente, la "svolta pop" (un termine che non sopporto, ma è
giusto per rendere l‘idea) fu dovuta agli scarsi risultati ottenuti
nelle classifiche inglesi (fuori dalla Top40 e vita breve): questo è
per me il vero mistero, che mi lascia basito.
Certo alcuni testi di Taupin sono tra i suoi più ermetici, in ogni caso
negli USA il disco consolidò il successo di Elton in un anno per lui
intensissimo (uscirono anche la colonna sonora del film Friends, molto
simile a questo album e ancora baciata dal tocco di Buckmaster, e il
live 11-17-70).
Voto 9/10
Honky Chateau
2011
Qualcuno oggi sostiene che Elton John somigli a Lucio Dalla,
probabilmente a causa dell’identico parrucchino indossato (ma Elton non
aveva fatto il trapianto?!); ma già nel 1972, l’Elton barbuto in
copertina a Honky Chateau poteva passare per fratello del cantautore bolognese. Vien
da chiedersi perché si scelse una foto così poco “cool” proprio nel
periodo in cui Elton iniziava a travestirsi in modo eccentrico, e forse
questo prova che l’adeguarsi all’estetica del glam-rock, superandola
fino a farne una parodia, fu dovuto più alle insicurezze e fragilità del
cantante di fronte alla fama che ad una strategia discografica
pianificata a tavolino. Fatto sta che il periodo d’oro a livello
commerciale inizia qui, col primo posto in USA e il secondo in patria;
senza svendersi artisticamente, ma grazie a uno stile più rock e meno
cantautoriale, con brani ritmati e frizzanti dai testi più leggeri.
Chateau è la sala d’incisione, un castello in Francia dove verranno
realizzati i due album successivi, Honky è l’honkytonk che consente a
Elton di scatenarsi al piano senza orchestrazioni (Dudgeon resta,
Buckmaster passa il turno) e con maggior spazio concesso alla chitarra. Davey
Johnstone entra a far parte della band con Dee Murray (basso) e Nigel
Olsson (batteria) e anche se preferiamo Caleb Quaye qui fa un ottimo
lavoro, in brani dal suono “sporco” come Suzie, Amy e Slave, quest'ultima senza piano e molto blues (ma riappare come bonus track velocizzata e con piano rock and roll: da infarto!). Tra le perle troviamo poi Honky Cat, sapientemente arrangiata con fiati R&B, e la magnifica Mellow
che contiene un notevole assolo elettrico di violino (di Jean-Luc
Ponty, ospite di lusso), mentre i brani più ancorati allo stile degli
album precedenti come Salvation e Mona Lisas and Mad Hatters, per quanto buoni perdono fascino spogliati degli archi. Il brano più celebre è Rocket Man,
singolo dal ritornello assassino che farà da modello melodico per una
bella fetta di future ballate eltoniane: forse oggi non ci si fa più
caso, lo stesso Elton nei concerti la deforma e la allunga a dismisura
(e forse dovrebbe smetterla, dato che la cosa ha perso spontaneità),
eppure resta una canzone pop perfetta; assieme all'ironica (a dispetto
del titolo) I think I'm going to kill myself e ai coretti retrò di Hercules anticipa l'atmosfera del successivo album Don't Shoot Me, un po' deliziosamente languida e un po' brillantemente spensierata. Data
la sua natura un po' ibrida, di transizione, gli preferisco i due album
precedenti e i due successivi, ma ciò non toglie che Honky Chateau
sia tra i migliori di Elton e una fonte di ispirazione per tutti i
grandi pianisti rock venuti dopo, da Billy Joel a Joe Jackson a Ben
Folds.
Voto 8,5
Don't Shoot Me, I'm Only The Piano Player
2008
Che c’è di più prevedibile di quelle
classifiche dei migliori dischi di
musica pop stilate con regolare frequenza dagli addetti ai lavori? Al
primo posto troviamo sempre Pet Sounds dei Beach
Boys, messo
lì forse per bilanciare uno strapotere beatlesiano a dir
poco
eccessivo…chi privilegia l’impegno sociale non fa
mancare Bob Dylan,
chi odia i Beatles parteggia (chissà perché?) per
i Rolling Stones, e
così via…
Elton John, uno che faceva rock con il pianoforte e
l’orchestra sinfonica quando gli idoli erano i chitarristi,
non fu meno
geniale dei suoi più mitizzati colleghi, ma va da
sé che nei piani alti
di questi freddi elenchi non lo troveremo, svalutato
com‘è oggi agli
occhi della critica (certo, un po’ se
l’è cercata, ma non più di
tanto…).
Pertanto, rimanendo in un ambito prevalentemente pop (senza tirare in
ballo Talking old soldiers o Indian
sunset,
quella è Arte con la maiuscola), tra ritornelli a prova di
bomba e
melodie d’impatto istantaneo, per chi scrive il disco da
mettere al top
si chiama Don’t shoot me I’m
only the piano player, un
successone di livello mondiale sfornato da Elton nel gennaio del 1973,
che ne consolidò definitivamente la carriera negli USA (dopo
la #1 del
precedente Honky Chateau) e finalmente anche in
patria, primo di una serie di quattro #1.
Il
disco a prima vista si presenta come un omaggio retrò
all’atmosfera
spensierata degli anni ‘50, come dimostra il primo singolo
estratto, la
celeberrima (fu tra l’altro il singolo più venduto
in Italia nel 1973) Crocodile Rock, un travolgente
rock‘n roll con citazione incorporata del coretto di Speedy
Gonzales, successo d’epoca cantato da Pat Boone.
In realtà, a parte “Crocodile” e un
altro brano alla Jerry Lee Lewis come Teacher I need you,
il revival si mantiene più a livello estetico: la cover del
disco in stile American Graffiti, il titolo
“rubato” al film di Truffaut Tirate sul
pianista,
i credits scritti alla maniera di un film classico hollywoodiano
(sovrastati dalla foto di un Reg Dwight bambino seduto alla pianola),
tutti aspetti che verranno sviluppati ulteriormente col successivo
doppio LP Goodbye yellow brick road.
Musicalmente, l’album
dosa col giusto equilibrio struggenti ballate pianistiche di mirabile
perfezione e brani R’n’B vigorosi e ritmati: tra le
prime troviamo Daniel,
l’altro singolo estratto, forse la canzone più
“debole” (se proprio
volessi cercare il pelo nell’uovo) a causa di un
arrangiamento un
po’artificioso che concede troppo spazio al mellotron, Blues
for my baby and me dove ritornano le sfarzose
orchestrazioni di Paul Buckmaster, la conclusiva, meravigliosa High
flying bird.
Una imponente sezione fiati (la stessa apparsa in Honky Cat,
infatti il disco è registrato come il precedente al castello
di
Hierouville, coi fidi Johnstone, Murray e Olsson, e il produttore
Dudgeon) dà invece ulteriore energia alle grintose Elderberry
wine, Midnight creeper e I’m
gonna be a teenage idol, quest’ultima dedicata da
Elton all’amico-rivale Marc Bolan, leader dei T-Rex e
inventore del glam-rock.
In mezzo c’è spazio per due capolavori agli
antipodi: la semplicità country della leggiadra Texan
love song e i toni psichedelici della cupa, barocca Have
mercy on the criminal, in cui i riff elettrici si aprono con
una citazione della Layla di Eric Clapton per poi
fondersi con l’orchestra di Buckmaster con un risultato
davvero indimenticabile.
Insomma
un album praticamente perfetto che è anche un prodotto
commerciale
validissimo, apparentemente ripiegato sul passato e sul citazionismo e
in realtà eterno, inaffondabile, di una bellezza universale
e senza
tempo: sembra uscito ieri, e tra 100 anni regalerà le stesse
emozioni.
Da
amare alla follia fin dal primo ascolto, e ogni volta è una
gioia
assoluta, credetemi! Se dovessi scegliere un solo disco da portare con
me su un’isola deserta, non avrei dubbio alcuno...
Voto 10, il mio Elton preferito!
Aggiungo una postilla alla mia recensione di Don't Shoot Me:
A
distanza di 3 anni resta sempre il mio Elton preferito, quello che
potrei ascoltare per ore e ore senza stancarmi, e se confrontandolo con
gli altri capolavori emerge la sua natura più facile e radiofonica, la
miscela di ballate struggenti e ritmi scatenati è veramente
irresistibile. Confermo poi il mio giudizio su Daniel: dopo anni
di esecuzioni dal vivo in chiave country, penso che avergli appiccicato
il mellotron abbia snaturato la versione in studio.
Comunque un ottimo disco, di grande compattezza e immediata bellezza.
Voto 9-
Goodbye Yellow Brick Road
2011
E' difficile descrivere in poche frasi un'opera ricca di spunti di
discussione, di richiami estetici, di importanza storica com'è questo
disco.
Di certo il 1973 è l'anno d'oro di Elton John, visto che a pochi mesi dal trionfo di Don't Shoot Me... il nostro raddoppia con Goodbye Yellow Brick Road: in tutti i sensi, trattandosi di doppio LP, una scelta che -unita all'opzione di un primo singolo come Saturday night's alright for fighting- lo pone definitamente nell'olimpo del Rock al fianco dei grandi.
Quello
che ad oggi resta il suo album di inediti più venduto e celebre è
composto da ben 17 brani che ribaltano in positivo il concetto di
eclettismo, oltre a unire felicemente quantità e qualità, tanto che
l'unico riempitivo (Jamaica Jerk-off) ha un suo perchè: firmato
"Reggae Dwight", ci ricorda l'intenzione iniziale di fare un disco
giamaicano, poi cestinata (per fortuna?) a favore della vecchia Europa a
causa di pesanti problemi tecnici.
In ogni caso Elton si sbizzarrisce in svariate declinazioni del rock, da quello hard della citata Saturday a quello glam e trasgressivo di All the girls love Alice, dal rock'n roll vecchio stile di Your sister can't twist (but she can rock'n roll) al progessive più spettacolare di Funeral for a fiend/Love lies bleeding, il lungo brano-capolavoro introduttivo.
Ovviamente
la dimensione privilegiata è la ballad teatrale-malinconica-agrodolce,
che qui raggiunge livelli altissimi, sia nei tipici valzer alla Elton -Candle in the wind, la title-track, I've seen that movie too, Sweet painted lady, Harmony- sia in brani dalla struttuta più originale come This song has no title o The ballad of Danny Bailey (1909-34).
In mezzo, ancora lampi di sound americano come Roy Rogers o Social Disease e oggetti anomali come Bennie and The Jets col suo pianoforte aggressivo, Grey seal scritta nel 1970 e qui trasformata in un bizzarro up-tempo, l'aspra ed elettrica Dirty little girl; uno che passa con naturalezza dalla dolcezza struggente di Sweet painted lady
alla rabbia sprezzante di questa canzone dev'essere un genio, e anche
se quel misogino romantico di Bernie Taupin gli dà l'ispirazione con i
suoi testi, la capacità di spaziare tra melodie e interpretazioni così
agli antipodi e così efficaci è tutta del cantante.
Se il disco offre
una bella carrellata di tante tendenze musicali dei primi anni 70, il
risultato non ha nulla di modaiolo o di datato, anzi ad ascoltarlo oggi
colpisce per la sua classicità capace di resistere ai tempi e ai
mutamenti del gusto; non a caso non si contano i riferimenti a miti del
passato, da Marylin Monroe "candela al vento" al cowboy Roy Rogers alla
strada di mattoni gialli del Mago di Oz, ai gangster degli anni
30...insomma un'opera sfarzosa e incantevole alla maniera dei migliori
film della Hollywood dei bei tempi.
Anche la qualità sonora contribuisce alla riuscita, benchè il livello degli arrangiamenti sia talvolta altalenante: se in Candle in the wind
i tocchi di chitarra elettrica e i cori la rendono migliore di
qualsiasi esecuzione dal vivo (soprattutto quella da requiem), non si
capisce perchè inserire in Bennie and The Jets dei fastdiosi
applausi finti al posto di una sezione fiati (forse nessuno si aspettava
che il brano sfondasse nelle classifiche R&B, fino ad allora
appannaggio di artisti neri); non condotti da Buckmaster, gli
arrangiamenti orchstrali sono magnifici quando si fondono col piano
nella coda di Danny Bailey o con la chitarra nel bridge di I've seen that movie too, ma in Roy Rogers sono una zavorra che non rende giustizia a un brano ispirato allo stile di Bob Dylan.
Ma
si tratta di dettagli in un disco che non dovrebbe mancare nelle
collezioni di chi ama il rock, chi ama il pop e chi (come il
sottoscritto) li ama entrambi, purchè fatti come li sa fare Elton: col
suo stile stile complesso ma orecchiabile, popolare ma raffinato,
multiforme ma inconfondibile.
Voto 8/9
Caribou
2011
Se nella discografia di Elton John non mancano episodi da riscoprire e/o rivalutare, Caribou
è un raro caso (l'unico?) di album sopravvalutato. Gran successo di
pubblico negli anni in cui Elton era un Re Mida, guadagnò pure una
nomina ai Grammy e se si considera che nessuno dei cinque dischi
precedenti ebbe tale onore si intuisce che molti di questi premi vanno
presi con le molle.
Al disco manca quel tocco magico che in Goodbye Yellow Brick Road
unificava tanti stili diversi e il risultato, piuttosto altalenante, va
apprezzato non nel suo insieme ma nelle singole canzoni. Alcune
peraltro ottime, come quel travolgente glam-rock che è l'introduttiva The bitch is back, cui fa da contraltare la dolce (ma non sdolcinata) ballad acustica Pinky; persoanlmente poi ho un debole per due brani allegri e scattanti come l'elettrica Grimsby e il country sudista Dixie Lily, una delle poche concessioni ai gusti del pubblico USA (l'altra è la partecipazione dei Beach Boys ai cori in Don't let the sun go down on me) nel primo di tre album "americani" registrati ai Caribou Studios in Colorado.
Altri brani non vanno al di là del riempitivo, per quanto bizzarri come Solar prestige a gammon col suo testo demenziale e la voce impostata, You're so static chiassosa e quasi ska (un genere che mi garba poco) o l'allucinata I've seen the saucers; anche il rock-blues Stinker sembra solo una discreta imitazione dei Rolling Stones, soprattutto nel tono di voce un po' alla Jagger.
Il
suono è decisamente più rock ed energico, col pianoforte spesso messo
in ombra dai fiati corposi (se ne occupano i Tower of Power) e dalla
band, dove fanno capolino le svariate percussioni del buon Ray Cooper.
In questo contesto c'entra poco un brano come Ticking, amara
ballata per piano e voce il cui testo gronda disagio sociale e
psicologico; il suo andamento aspro e nervoso la rende comunque
straordinaria, e assieme alla hit Don't let the sun go down on me
(che malgrado sia inflazionata dalle troppe esecuzioni live, nella
versione in studio conserva ancora la sua teatrale, grandiosa efficacia)
risolleva la media di un disco che, arrivando dopo una sfilza di
capolavori, rappresenta un inevitabile calo fisiologico.
Voto 7
PS la versione remastered del 1995 è imperdibile grazie alle
bonus tracks: due B-sides che avrebbero meritato l'LP ai tempi (Sick city e Cold highway), un delizioso singolo natalizio agli antipodi della melassa (Step into Christmas) e la mitica versione eltoniana di Pinball Wizard eseguita dall'alto di due metri di stivali da Re del flipper nel film Tommy, la rock-opera dei Who
Captain Fantastic And The Brown Dirt Cowboy
2011
A metà degli anni 70 Elton John ha raggiunto l'apice della carriera:
cavalcando la moda del glam-rock si è imposto nelle classifiche inglesi,
condividendo la gloria con una folta concorrenza, ma il talento
melodico influenzato dalla musica americana gli ha permesso di sfondare
senza rivali nelle charts USA, per ultime quelle R&B con singoli
come Bennie and The Jets e Philadelphia Freedom. Dopo il primo trionfale Greatest Hits
e i duetti live con John Lennon in un ideale passaggio di testimone
nella storia del rock, Elton coglie l'occasione per realizzare un disco
autobiografico dedicato agli anni della gavetta, quando il ventenne Reg
Dwight (il Capitano) e il fido Bernie Taupin (il Kid, un cowboy
nell'anima) sbarcavano il lunario in una Londra poco swinging.
La forma è quella del concept album, di moda all'inizio del decennio (Tumbleweed Connection non lo era ma si avvicinava all'idea), con tanto di copertina surrealista-visionaria e un singolo estratto poco radiofonico (Someone saved my life tonight);
non ci sono grandi sperimentazioni ma si percepisce un che "di testa",
un lavoro più studiato e pensato, meno spontaneo del solito. Curtains
per esempio rinuncia alla struttura strofa-ritornello per un lento
crescendo, dal testo pieno di auto-citazioni a prima vista fumose, che
sfocia in un lungo coro su un tappeto di batteria e percussioni.
Personalmente, dopo Elton John questo Captain Fantastic and the Brown Dirt Cowboy è
il suo album che mi ha richiesto un maggior numero di ascolti per
essere metabolizzato e apprezzato, tanto che ai primi tempi gli
preferivo Caribou e Rock of the Westies (che avevo acquistato prima), più immediati e sopra le righe.
Elton
in ogni caso non cerca la messinscena teatrale o le pose da artista
intellettuale, la sua è la giocosa auto-celebrazione di una personalità
visceralmente eccessiva e spettacolare, di un talento che conquista le
masse anche perchè capace di non prendersi troppo sul serio.
La
musica è un pop-rock di taglio sartoriale, con canzoni che partono lente
ed esplodono nei ritornelli come la stupenda title-track deliziosamente
country o Bitter fingers, altri brani dall'andatura media e costante ma non meno epici, come Tell me when the whistle blows arrangiata con archi soul e Tower of Babel (la mia preferita) che contiene uno dei migliori assoli elettrici di Davey Johnstone. Le ballate melodrammatiche al piano (Someone saved my life tonight e We all fall in love sometimes) e il rock tirato (Meal ticket) sono tra il meglio dei rispettivi filoni eltoniani, mentre il tocco eccentrico lo dà la cabarettisitca Better off dead,
incantevole anche per i cori. Il suono è molto equilibrato e puntuale,
Elton sembra fare un passo indietro e limitare i virtuosisimi per
lasciar spazio al lavoro della band (gli altri sono Olsson, Murray e Ray
Cooper); a costo di sembrare incontentabile, avrei sostituito Writing (troppo esile e lieve per piacermi) con la bella B-side House of cards e avrei scelto una conclusione più movimentata rispetto alla celebratissima Curtains, che non mi ha mai davvero conquistato.
Anche così, Captain Fantastic resta un ottimo disco utile a ribadire che dopo l'era dei Beatles venne l'era di Elton John.
Voto 8
Rock Of The Westies
2011
Quando si è arrivati in cima scendere è inevitabile, l'importante è farlo piano piano, sosteneva Nilla Pizzi.
Nel
1975 Elton John è il dominatore delle vendite mondiali di dischi ma per
la Dick James Music è soprattutto la gallina dalle uova d'oro da
sfruttare il più possibile con uscite ravvicinate che sfidano
assurdamente la sovraesposizione. Rock of the Westies esce a pochi mesi da Captain Fantastic
e per l'ultima volta raggiunge la #1 in USA; in attesa di rendersi
indipendente (l'ultimo disco del contratto con James sarà il live Here and There),
in quest'opera su commissione Elton tenta di cambiare rotta, di
sperimentare qualcosa di nuovo: avendo esteso la band con due
chitarristi (oltre a Johnstone fa ritorno il grande Caleb Quaye), nuovi
bassista e batterista (Kenny Passarelli e Roger Pope), alle tastiere un
futuro pezzo grosso delle colonne sonore hollywoodiane (James Newton
Howard) e un Ray Cooper sempre più scatenato alle sue svariate
percussioni, decide di alzare il volume e fare un album quasi totalmente
rock, forse per ricreare un studio la carica di energia esibita durante
i concerti.
La prima traccia Medley è quella che non ci si
aspetterebbe da Elton, con repentini cambi di ritmo e accordi ben poco
melodici, non meno folle è la successiva Dan Dare (Pilot of the future)
che sembra la parodia isterica di un testo alla "Rocket Man"; se è vero
che per il cantante la schiavitù della cocaina iniziava in questo
periodo, vien da pensare che molti brani di questo album e di Blue Moves siano stati composti e incisi da un Elton sovraeccitato, ma ancora forte di una ispirazione brillante. Island girl
è l'uptempo facile da dare in pasto alle radio ma sa trasmettere
un'allegria contagiosa, quindi arriva il meglio con due rock eccellenti
che mi ricordano un po' i Rolling Stones un po' i Lynyrd Skynyrd, Grow some funk of your own e Street kids, e una ballatona western che sarebbe piaciuta agli Eagles, I feel like a bullet (in the gun of Robert Ford).
Meno belle la frenetica Hard luck story e la rumorosa Billy Bones and the white bird, invece mi piace molto Feed me
dove Elton non suona ma canta con uno splendido tono dolente versi
altrettanto amari mentre tastiere, chitarre e cori si intrecciano con
eleganza.
Se Gus Dudgeon avesse aggiunto un sax avremmo ottenuto un muro sonoro da fare invidia al pompatissimo Born to Run di Springsteen uscito nello stesso periodo, ma Elton di queste cose non
si è mai curato (finora?) e spesso la frettolosità, se da un lato gli
ha permesso di comporre tanti brani in poco tempo, dall'altro
(specialmente negli anni 80) ha pesato come un macigno sulla qualità
sonora dei suoi dischi. In ogni caso, se questo è il primo capitolo
della fase discendente, allora tanto di cappello.
Voto 7,5
Blue Moves
2011
La bisessualità di Elton John era un segreto di Pulcinella ma nel '76
bastò metterla nero su bianco per scandalizzare molti fans americani e
far crollare le vendite: oggi forse provocherebbe l'effetto opposto ...
Dato che i media già privilegiavano il gossip al musicista, è bene andare a riascoltare Blue Moves,
il disco della discordia uscito a ridosso del fattaccio: è il primo
realizzato dal cantante per la sua Rocket Records, inciso in vari studi
inglesi e americani, pieno di collaborazioni eccellenti, dalla
produzione ricca e variegata. E’ un doppio LP ma è inutile tentare un
paragone con la solida classicità di Goodbye Yellow Brick Road:
qui sembra mancare un baricentro, tra ritornelli lunghi e dilatati,
brani strumentali, orchestrazioni, fiati, cori imponenti e su tutto
domina un forte senso di tristezza, spezzato talvolta da euforici scoppi
di energia; se Elton non se la passava bene, Bernie viveva i suoi
dolori sentimentali e riversava l’amarezza nei testi, dai titoli
eloquenti.
Il capolavoro è la sinfonica Tonight, che richiama (e supera) le cose migliori dell’album Elton John; le altre ballate tristi, in ordine di gradimento, sono: Chameleon e Someone’s final song con i cori dei Beach Boys, il primo singolo Sorry seems to be the hardest word e il lamento gospel Where’s the Shoorah?, che invece non si avvicina ai livelli di una Border song. Diverse, ma molto belle, Cage the songbird dedicata a Edith Piaf e la lenta, ipnotica The wide eyed laughing:
senza piano, con chitarra acustica e un Elton che si mimetizza nei cori
di Crosby & Nash come se fossimo in un disco dei CSN.
E poi Idol,
la mia preferita (e nella mia top 10): con quel piano, quel sax e
quegli accordi sofferti sembra uscita da un fumoso locale jazz: visto
che il suo autore non la esegue live da anni, la vedrei bene cantata dal
vocione di un Tom Waits e invece talvolta finisce nelle scalette
di … George Michael!
La stessa rinomata sezione fiati (David Sanborn,
Randy e Walter Brecker) rafforza due brani comunque già godibili, uno
più ruvido (Boogie pilgrim) e l’altro più patinato (Shoulder holster); senza fiati, ma sempre jazzata, è invece la strumentale Out of the blue che sembra improvvisata ma con stile. Altri due brevi jingle strumentali poteva benissimo cestinarli, così come Between 17 and 20 che per quanto mi sforzi di ascoltarla continua a sembrarmi una canzone monotona, lamentosa, né carne né pesce. Crazy water flirta moderatamente con arrangiamenti disco-funky sulla scia redditizia di Don‘t go breaking my heart ma il gioiellino If there’s a God in heaven (what’s he waiting for?) lo fa meglio e offre gli archi più sfavillanti di tutto il repertorio.
Quanto agli scoppi di energia, Elton raggiunge l’apice del barocchismo con One Horse Town (grandioso il lungo intro strumentale: nel lontano sottofondo di synth irrompono le chitarre e quindi l’orchestra) e con Bite your lip (get up and dance!):
questa dopo un inizio rock sfocia in un delirio di cori gospel, archi
ed evoluzioni pianistiche, che chiudono l’album e l’età d’oro di una
creatività che non raggiungerà più questi livelli.
Troppo disomogeneo
ed eccessivo per piacere alla critica, che non lo considera mai tra i
migliori di Elton, per il mio gusto questo capolavoro mancato (lo
sarebbe togliendo quei quattro brani di troppo) è forse il suo album più
affascinante.
Voto 8
A Single Man
2011
A Single Man ultimo atto del periodo d’oro di Elton John? Non
sono d’accordo, per tanti motivi. Al di là del mezzo fiasco commerciale
(se paragonato con i successi del recente passato), i due anni trascorsi
da Blue Moves sembrano secoli: senza occhiali e con look da
gentleman, un Elton quasi irriconoscibile guarda perplesso dalla
copertina, un uomo solo perché non ci sono più né Taupin né Dudgeon e
delle vecchie band resta solo Ray Cooper.
Il nuovo paroliere si
chiama Gary Osborne e le canzoni vengono scritte adattando un testo alla
musica già composta, all’opposto del metodo John-Taupin: chissà, magari
questo Elton meno cantautore e più musicista poteva trovare una sua
dimensione in un album strumentale e non mi stupisce che il brano più
celebre lo sia.
David Bowie aveva già realizzato due dischi “New Wave” sperimentali e seminali come Low e Heroes, il 1978 poteva essere anche per Elton l’anno del cambiamento, del rinnovamento, invece a parte le poche concessioni modaiole (I don‘t care
arrangiata disco-music) si torna quasi al modello sinfonico dei primi
album, senza traccia di sintetizzatori, con pochi sapienti tocchi di
chitarra elettrica (di Tim Renwick) e orchestrazioni di Buckmaster; ma
troppo soft per reggere il confronto con la magia dei capolavori, che
rivive solo nella magnifica Ain’t it gonna be easy, otto superbi minuti di rock-blues orchestrale.
Leggere e scattanti invece, oltre a I don’t care, il primo singolo Part-time love oggi praticamente rinnegato dall’autore (lo considera il suo peggior brano: mah…) e la buffa Big dipper che cita con malizia il jazz anni 30. Tra le ballads spicca la classicissima Shine on through, le altre (Shooting star, Georgia, la dolciastra caraibica Return to paradise) mi dicono poco. Di Madness,
cronaca di un attentato bombarolo, apprezzo la drammaticità,
l‘imprevedibilità e i virtuosismi sonori ma non mi convince appieno.
Scelta con successo come secondo singolo, Song for Guy
è la delicata e commovente strumentale composta in memoria di un
giovane fattorino della Rocket vittima di un incidente in moto ed è
l‘unica che raramente Elton esegue in concerto: purtroppo è difficile
che rispolveri qualche perlina poco nota e A Single Man pur non essendo (a mio parere) un’ostrica tra le più ricche, non è neppure un guscio vuoto.
PS tra le versioni remastered quella di A Single Man è forse la più bella e ricca: c'è il singolo Ego,
ultimo brano scritto da Bernie prima della separazione, tra i più folli
e meno orecchiabili di Elton (e infatti fu un bel fiasco), la sua
B-side Flintstone boy svagatamente country (forse l'unico in cui il musicista firma anche il testo) e due gioielli scartati da Blue Moves, la magnifica piano-voce I cry at night (altro che Adele...) e la briosa Lovesick. Infine Strangers, un lento che chissà come era finito a far da B-side al singolo Victim of love. Imperdibile: però si poteva far spazio anche a Dreamboat proveniente dalle stesse sessions e finita in coda alla riedizione di Too Low For Zero (col quale ci azzecca ben poco).
Voto 6/7
21 At 33
2012
Ci sono cantanti che anticipano o dettano le tendenze musicali e altri,
come Elton John, che a volte vi si accodano senza grande convinzione.
Dal libretto del cd apprendiamo che le canzoni di 21at33 vennero scritte e in parte incise nell’agosto ‘79, quindi è probabile che al progetto dance di Victim of Love
(uscito in ottobre) non dovesse credere nemmeno lui; forse pensava di
riconquistare le classifiche col minimo sforzo, limitandosi a prestare
la voce e seguire la moda, e così il comprensibile flop travolse anche
il povero 21at33 alla sua uscita nel 1980.
Per fortuna a
livello artistico il ventunesimo LP del 33enne Elton si fa perdonare lo
scivolone: non si concede alle nuove sonorità elettroniche (le tastiere
di James Newton Howard sono usate banalmente in vece degli archi) ma
tiene degnamente testa a Billy Joel, l’”Elton John d’America” che gli ha
sottratto i favori del pubblico USA. Il romantico primo singolo Little Jeannie e la sua gemella Never gonna fall in love again ne richiamano un po’ lo stile, con i loro morbidi fiati, ma il rock iniziale Chasing the crown per grinta e potenza sotterra le varie, pur pregevoli Big shot e You may be right del collega.
Come A Single Man
è prodotto da Elton con Clive Franks, che se la cavano bene grazie ad
un’ottima band cui fanno parte elementi dei Toto (Steve Lukather, David
Paich) e gli Eagles ospiti ai cori della bella White lady white powder.
Non c’è più il genio dei primi anni 70 ma Elton è ancora abbastanza in forma da scrivere una ballad da applausi (Sartorial eloquence) e spruzzare il suo pop di gospel (Dear God), country (Take me back), soul (Give me the love, trascinante), R&B (Two rooms at the end of the world,
in cui riallaccia i rapporti con Bernie; gli altri parolieri sono Gary
Osborne, Tom Robinson e Judie Tzuke, per lui un record). Risultato
onesto, pulito, gradevole, ben confezionato: come un disco di Billy
Joel, ma più variegato.
Voto 7+
The Fox
2012
Una lavorazione travagliata, un’oscura cover elettronica come primo
singolo, una serie di videoclip promozionali censurati: c’erano tutte le
premesse per un disastro e invece The Fox, pur essendo tra gli album di minor successo nella carriera di Elton John, si rivela ben lontano dalla mediocrità. Di
sicuro i rimaneggiamenti produttivi non l’hanno reso più immediato o
commercia(bi)le -la Geffen, che era subentrata alla MCA come etichetta
di Elton in USA, poco soddisfatta aveva commissionato dei nuovi brani a
Chris Thomas e delle sessions iniziali, realizzate in Francia dallo
stesso team di 21at33, è rimasto poco- e in questo modo, forse
per puro caso, è uscito un disco variegato, inevitabilmente poco
omogeneo ma con canzoni di buon livello pur senza veri capolavori. Suggestiva
la copertina, dove la volpe impagliata potrebbe simboleggiare il
passato glorioso e ormai svanito del cantante, che “intrappolato” in uno
schermo TV tenta di stare al passo con sonorità più tecnologiche e con
una musica sottomessa all’immagine. Può contare in questo senso su un
asso nella manica di nome James Newton Howard, talento eclettico che
garantisce una certa cura sonora su più fronti: conduce l’orchestra
sinfonica nella strumentale Carla/Etude e gli archi nella ballad Chloe, ed è co-autore di un altro pezzo strumentale (Fanfare, stavolta elettronico) che le unisce in un medley; se nella “scandalosa” (e invece di una delicatezza rara) Elton’s song gli archi finti sono abbastanza fastidiosi, in Nobody wins
(il primo singolo in questione, cover di un brano francese con testo
adattato in inglese da Gary Osborne) la base dance è calibratissima e
incalzante. Nella mia preferita Heart in right place,
rock-blues abbastanza tagliente, Howard inserisce dei synth pulsanti e
pure un vocoder (per sfumare una parolaccia?): un gran bel pezzo,
totalmente riuscito, così come vanno a segno le veloci Breaking down barries, Just like Belgium e Heels of the wind; apprezzo anche il ritmo marziale di Fascist faces, benchè non mi sia chiaro quali fossero i bersagli dell’invettiva di Bernie. Sulle
note malinconiche di un’armonica, una title-track molto anni 70 chiude
il disco e dice addio all’Elton più suggestivo e meno imitabile: o
meglio arrivederci, perché il volpone farà tanti album più facili e
ruffiani ma prima di trovarne uno migliore di questo passeranno
vent’anni esatti. Qunidi The Fox è tutto da riscoprire come i
suoi bei videoclip (grazie, youtube), se non altro per zittire quei
critici che ancora lo stroncano, probabilmente senza nemmeno averlo
ascoltato.
Voto 7+
Jump Up!
2012
Il titolo è fuorviante, la copertina simpaticamente anni 80: ma Jump Up! non è un album dance, è un consueto disco da Elton John, solo un po’ più mosso del solito. La prima volta di Chris Thomas (dopo la produzione parziale di The Fox)
è anche la migliore, ma con una band simile era impossibile far male:
Jeff Porcaro alla batteria, Richie Zito alle chitarre, Dee Murray al
basso e James Newton Howard che si occupa di archi e tastiere. Forse per
merito di questo suono particolarmente robusto e scoppiettante, ai
primi tempi il disco mi piaceva assai; purtroppo col tempo l’ho
svalutato, lo rovinano in parte troppe canzonette facili e radiofoniche
alla ricerca (ancor vana) della classifica perduta. Dear John per dirne una, dove ritmo frizzante e gustosa autoironia mascherano un pugno di accordi ripetuti all‘usura; o Ball & chain, il più modesto tra i tanti country veloci del repertorio. Decisamente meglio Spiteful child e soprattutto la nervosa ballad Legal boys, prima e più bella collaborazione con Tim Rice. Gli altri parolieri danno il peggio, Taupin con I am your robot e Osborne con Princess:
al testo della prima Elton fornisce un ritornello altrettanto
imbarazzante, nell’altra (scritta per Lady Diana ma già dimenticata ben
prima che arrivasse la Candle in the wind funebre) le note sono gradevolmente prevedibili quanto le strofe. Bernie comunque si riscatta con Empty garden (Hey hey Johnny), dedicata alla memoria di John Lennon, e con All quiet on the western front ispirata all’omonimo romanzo antimilitarista, due melodie commoventi interpretate in modo superbo. Tra le cose belle aggiungo la hit Blue eyes,
per il bel vestito orchestrale e un romantico tono da crooner alla
Sinatra che il buon Elton non si è mai più degnato di replicare; infine
la mia preferita Where have all the good times gone?, magnifica sia come album version (arrangiata con archi) sia in versione B-side velocizzata ed elettrica. I
bei tempi sono andati e non torneranno più, ma resta il buon mestiere e
qualche sprazzo di talento: troppo poco per farne un grande album,
troppo per condannarlo all'oblio.
Voto 6,5
Too Low For Zero
2012
Pochi anni fa, Too Low For Zero era il mio preferito tra i dischi anni 80 di Elton John, perché ancora non conoscevo 21 at 33 e avevo stupidamente riposto The Fox dopo i primi, inerti ascolti; comunque anche oggi lo ascolto volentieri e lo reputo il miglior risultato dell’era Chris Thomas. A
lui si deve probabilmente il ritorno della band storica
Johnstone-Murray-Olsson e di Taupin, che dopo collaborazioni sporadiche
torna a scrivere tutti i testi, ma anche la decisione di sostituire il
pianoforte con la tastiera. Una scelta nefasta che qui eccezionalmente
funziona perché le canzoni sono tutte di livello medio-buono e sono
divise in modo equilibrato tra brani tradizionali-pianistici e altri
moderni ed elettronici. Tra i primi spicca la hit I guess that’s why they call it the blues, un mid-tempo orecchiabilissimo ma mai banale arricchito dall'armonica di Stevie Wonder, quindi la ballad Cold as Christmas e l’orchestrale One more arrow,
che cita il mio attore preferito (Robert Mitchum) e si fa perdonare un
falsetto ormai anacronistico. I suoni sintetici invece fanno la fortuna
di Crystal ma affossano Saint, una bella melodia
parzialmente rovinata; molto interessante il brano che sposa le due
sonorità, l’amarognola title-track dove alla base di synth e percussioni
si unisce un ottimo bridge pianistico. Tra i brani rock, le tastiere rendono il suono inutilmente piatto e edulcorato nell’altra hit I’m still standing e in Religion, mentre non fanno danni al muro di chitarre del terzo singolo Kiss the bride e alla tirata Whipping boy. Eseguita live, con un vero pianoforte, I’m still standingè ben altra cosa ma ci possiamo consolare: i singoli estratti con cura e
gli azzeccati videoclip su MTV ridanno fiato alle vendite, gli anni
magri sono terminati. Elton è ancora in piedi e può baciare la sposa.
Voto 6/7
Breaking Hearts
2012
Il rapporto sentimentale tra Elton e sua moglie Renate durò pochi anni e
non lasciò eredi, quello professionale vide la presenza di lei come
tecnico del suono in un pugno di dischi di lui, baciati da discreto
successo commerciale, più europeo che americano.
Leggerino, spensierato e fin troppo orecchiabile, Breaking Hearts
è il disco “nuziale” della coppia e come tale, teoricamente, avrebbe
meritato un taglio d’eccezione, degno delle grandi occasioni; purtroppo,
al contrario, ad ascoltarlo oggi lo trovo decisamente ordinario.
A parte Chris Thomas il team è lo stesso di Goodbye Yellow Brick Road, ma di quel grande album restano solo gli inconfondibili coretti di Davey, Dee e Nigel; siamo piuttosto in zona Too Low For Zero,
rispetto al quale presenta canzoni globalmente più modeste e il
medesimo difetto: il suono finto e industriale della tastiera Yamaha nei
brani rock.
Le schitarrate in canzoni mosse come Restless, Slow down Georgie e Li’l frigerator
sembrano disseminate per coprire l‘assenza di un pianoforte che si
rispetti: per questo motivo preferisco nettamente il ritmo funky di Who wears these shoes?
Tra i lenti vecchio stile, la bella Burning buildings sovrasta le più scontate Breaking hearts e In neon. Non ci sono quindi grandi sorprese ed è meglio così, perché quando arriva Passengers, che tenta sonorità africane con un risultato da Zecchino d’Oro, rimpiango quasi Victim of Love.
Si prosegue con Did he shoot her?, che mi sembra la brutta copia di Radio GaGa dei Queen, infine la non travolgente hit Sad songs (say so much)
chiude un album che sicuramente non è il lavoro peggiore di Elton, ma
per il mio orecchio è forse quello meno interessante, tanto che a
livello compositivo gli preferisco il successivo Ice on Fire, in genere più bistrattato.
Voto 5,5
Ice On Fire
2012
Leggendo il nome di Gus Dudgeon alla produzione, per la prima volta da Blue Moves, ci si potrebbe aspettare da Ice on Fire
una sorta di ritorno allo stile dell’Elton John anni 70; al contrario,
l'ascolto rivela un tuffo a capofitto nel pop anni 80 più smaccato.
Da amante delle novità, e data la scarsa consistenza del modello sonoro "vecchio-nuovo" lanciato da TLF0,
già infiacchitosi al secondo capitolo, in teoria non mi sento di
condannare questa svolta più radicale; oltre al fatto che nel 1985 buona
parte delle rockstar della generazione di Elton si era adeguata alla
nuova, redditizia tendenza, e tenendo conto della
riscoperta/rivalutazione avvenuta in anni recenti di quelle sonorità a
base di tastiere, bassi pulsanti e fiati squillanti, oggi riproposte da
tanti nuovi artisti.
L’album, tra l’altro, parte bene con la travolgente, aggressiva This town e prosegue meglio con la drammatica ballad Cry to heaven,
dove un leggero tappeto di synth non intralcia il pianoforte. In
seguito si adagia su un pop blandamente soul-funky, lontano dall’estro
compositivo dell'Elton migliore, più vicino a Phil Collins che a Donald
Fagen, ma non sgradevole: Soul glove, Satellite, la romantica hit Nikita
(dal suono talmente rinnovato che spesso ci si dimentica quanto sia
bella la melodia) che ospita due divetti giovanili, Nik Kershaw e George
Michael. Con il Wham, prossimo ad iniziare la carriera solista, duetta
in Wrap her up, aggiornamento agli anni 80 di certe follie
barocche del decennio precedente, non per tutti i gusti ma divertente
almeno quanto il suo delizioso videoclip (vedere per credere!).
Il resto si può buttare, partendo dal pessimo lento Too young, che spreca la presenza di metà dei Queen (John Deacon, Roger Taylor), passando per le scarse Tell me what the papers say e Candy by the pound. Anche la conclusiva Shoot down the moon, pur essendo tra le poche oasi pianistiche, mi sembra noiosetta rispetto all’analoga Cry to heaven.
Tra i bonus dell’edizione remastered c’è una brutta B-side strumentale dedicata a John Lennon (The man who never died) ma manca il singolo Act of war
in duetto con Millie Jackson, che era presente nella prima edizione cd:
un vero peccato, perché quel brano hard-rock ci riporta a un Elton in
grado di azzardare e convincere, e avrebbe risollevato la media di un
album globalmente dignitoso ma troppo modaiolo per essere davvero
rappresentativo nella discografia del suo autore.
Voto 5/6
Leather Jackets
2008
Se qualcuno oggi volesse procurarsi una copia di "Leather Jackets",
album di inediti sfornato da Elton John nel lontano 1986, non lo
troverebbe facilmente in quanto fuori catalogo, mai più ripubblicato nè
rimasterizzato....con un po' di fortuna, cercando tra web e mercatini,
potrebbe imbattersi in qualche copia in vinile o in CD dell'epoca, con
tutte le limitazioni del caso...
Si dice che tutto ciò che è bello
sia raro, ma non il contrario! Eppure...Oddio, facendo parlare i fatti
e le realtà ufficiali quel qualcuno scoprirebbe che tale disco alla sua
uscita non se lo filò nessuno (il picco più alto nella classifica USA??
#91....), che al giorno d'oggi lo stesso autore lo considera il suo
peggior lavoro e che gran parte dei fans condivide il giudizio...e
vabbè, ma ve li immaginate Madonna o Michael Jackson o i Beatles o i
Queen che si ritrovano con un album di inediti totalmente rimosso?
Inconcepibile!
Ecco, in quanto raro e poco noto, questo disco non dev'essere poi COSI' brutto come si dice: ascoltare per credere!
La
copertina, in stile Andy Warhol, promette una buona dose di pop, e
d'altronde siamo all'epoca del massimo splendore di Wham, Duran Duran,
Paul Young e mille altre icone del pop anni '80, anche Elton all'inizio
del decennio ha ridotto il pianoforte in favore di tastiere e synth nei
suoi lavori in studio, sappiamo già insomma che non ci troveremo al
cospetto di un "Honky Chateau"...
Appena messo nel lettore, si
capisce che il difetto non sta nel quadro ma nella cornice: il
produttore, si legge, è il mitico Gus Dudgeon, un nome una
garanzia...ma che combina? Prende un brano rock pieno di energia come
la title-track e lo annega nelle tastiere! E' l'andazzo generale, la
tendenza è quella di prendere delle piacevoli canzoni pop e renderle
fredde, sintetiche, robotizzate, senza vita!
La formula
eltoniana, si sa, alterna brani rock ritmati a ballate pianistiche
lente e intense, infatti subito dopo troviamo la bella Hoop of fire,
che ci riporta alla mente le atmosfere malinconiche e liriche di certi
suoi lavori anni '70, non fosse che dieci anni prima quel brano avrebbe
avuto l'onore di arrangiamenti sontuosi, adesso sono miseri e sciatti... Don't trust that woman
invece è quasi danzereccia e, per quanto grossolana, resta abbastanza
divertente, certo non meno di tante altre amene canzonette che Elton
sfornava in quegli anni (Wrap her up, Town of plenty,...):
udite udite il testo è firmato da Cher, e qui ci stava bene un duetto,
visto che la diva di "Bang bang" e "Believe", quanto a look eccessivo e
versatilità musicale, è quasi una Elton in gonnella!
Il duetto
arriverà puntuale, ma con la vecchia gloria Cliff Richard, forse in
omaggio ai tempi del piano-bar in cui il giovane Reg Dwight aveva in
repertorio i successi del collega...il brano è Slow rivers,
secondo singolo (inutilmente) estratto, forse la cosa meno storpiata
dalla produzione, forte degli arrangiamenti orchestrali curati
dall'ottimo James Newton Howard, qui in una delle sue ultime
collaborazioni con Elton.
Lo stesso non si può dire di Go it alone,
un brano potenzialmente quasi hard-rock totalmente svilito e castrato
da brutti suoni sintetici...peccato, perchè il ritmo fa battere il
piedino!
Gypsy heart è una ballatona enfatica con cori
gospel, molto "già sentita" ma non brutta nè mediocre, anche se chi
scrive preferisce i toni country di Memory of love, dove
troviamo per l'ultima volta una lirica firmata Gary Osborne: a parte
queste due eccezioni, tutto il resto è opera del fido Bernie Taupin.
Sempre chi scrive è letteralmente pazzo per i due brani successivi: Heartache all over the world,
primo singolo, con quel coretto "girls girls" e tanti synth da
seppellirci una carriera intera, eppure incredibilmente allegra, con un
ritornello che rimane irresistibilmente in testa senza riuscire a
sfrattarlo.
E poi Angeline, dalle vaghe atmosfere rock'n roll
anni '50, altro coretto buffo sovrapposto al rombo di una moto, altro
brano un po' burino eppure davvero simpatico....vi suona metà dei Queen
(John Deacon e Roger Taylor), ma rispetto all'altra loro collaborazione
con Elton (la brutta Too young, sull'album precedente) non c'è neanche da mettere!
Concludono l'album le atmosfere leggere e acustiche di Paris e quelle melodrammatiche di I fall apart, dove il ricorso all'elettronica è decisamente più accorto e minimale.
Una
parolina sulle outtake finite tra le B-sides ma assolutamente
meritevoli, nella speranza che un giorno vengano ripescate dall'oblio: Lord of the flies, Billy and the kids, Highlander, tre gioiellini di cui l'ultimo si inserisce tra le bizzarrie strumentali eltoniane (vedi Hay Chewed o Earn while you learn).
Insomma,
alla fine Leather Jackets non sarà figlio dell'Elton genio di
"Tumbleweed Connection", ma nemmeno di quello tedioso e sdolcinato di
"Aida", Electricity, All that I'm allowed....non vi pare?!
Mia colpa, mia grandissima colpa. Rileggendo quanto scritto in passato,
devo ammettere di essermi lasciato trasportare, per due motivi: ero
schiavo del pregiudizio “disco raro = disco bello” e non davo grande
importanza al lato tecnico (produzione, arrangiamenti) delle canzoni
nel loro giudizio complessivo. E devo ammettere che da questo punto di
vista Leather Jackets è scadentissimo, non tanto per l'uso
dell’elettronica in sé (comunque dozzinale rispetto ad Ice on Fire) ma
per il senso di sciatteria e povertà che affligge anche quei brani dove
il ricorso ai suoni sintetici è più limitato.
Quindi un lavoro mediocre ma non indecente, perché composto da melodie
passabili, senza infamia e senza lode (tranne Hoop of fire, davvero
bella): e sto ancora aspettando la remastered!