Songs from the West Coast

Lettera ad una persona sensibile

Carissimo,
è ormai diverso tempo che prendendomi per mano mi porta a scoprire luoghi dove ogni esperienza, diventa un ricordo indelebile dei bei momenti che trascorriamo assieme, e allo stesso tempo, un’arma vincente per attraversare con meno insicurezze questo grande “campo minato” che qualcuno chiama vita.
Questa volta però, le chiedo di fare un’eccezione alla sua routine… Le chiedo di sedersi qua, accanto a me, e lasciare che sia io a prendere in mano il timone del grande veliero con il quale siamo soliti viaggiare nella storia. Stia tranquillo, sono un giovane con la testa sulle spalle… rispetto tutti i limiti di velocità.
Allora si parte…
La porterò con me, in un posto in cui è probabile che sia passato molte volte, ma senza farvi sosta. Un posto fatto di note ed emozioni che, da più di trent’anni, scorrono veloci sull’interminabile tastiera di un pianoforte nero gran coda, regalando sogni, gioia, conforto ed anche qualche ambizione.
Eccoci arrivati…
L’intenso colore del grande sole è l’unico a contrastare il blu che questa mattina dipinge il cielo della California. Si, ha capito bene… Ci troviamo a Los Angeles! Spiagge bianche, ville bellissime (le consiglio di approfittare di qualche occasione locale per la sua leggendaria villa in campagna) e bikini… tanti bikini… Ma si ricordi che il nostro è un viaggio musicale, o meglio, un viaggio alla scoperta di Songs From The West Coast.
Una volta arrivati in una delle sale di registrazioni degli immensi Sony Studios, e subito i miei occhi si riempiono di stupore e gioia allo stesso tempo… Due poltrone di pelle nera (per l’altro comodissime) circondate da un pianoforte a coda, una chitarra acustica, una chitarra elettrica, una batteria, un basso, e una volta comodi… la musica partì.
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Arrivano le prime note della Canzone che inaugura il disco, The Emperor’s New Clothes. Arrivano subito le prime scariche di adrenalina… Il sound è semplice ed intriso di un atmosfera che lo rende molto West Coast! Niente super arrangiamenti, solo una chitarra, un piano, una batteria ed un basso! Si, forse questa è proprio la canzone che l’artista usa per redimersi nei confronti delle sue ultime produzioni, in cui si era agiato un po’ troppo nello sfarzo delle sue vesti da imperatore, ma poi se ne rende conto e sente il bisogno di un cambiamento…

And the tears never came
They just stayed in our eyes
We refused to admit that we wore this disguise

Era tempo che un nuovo disco non riempisse i miei occhi di lacrime… Una sensazione troppo strana da descrivere, ero contento… ero contento per me, per la gente, per Elton John, questa avevamo in mano qualcosa di magico.
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Arriva con grande impeto l’unica canzone a differì un pochino da quello che è il sound del disco, Dark Diamond si fa avanti con un ritmo Funky/Soul che può veramente travolgere, specialmente nei piccoli rif suonati dall’armonica di Stevie Wonder… Già da dopo la seconda canzone, ci si rende conto della bellezza dei testi in cui è molto facile immedesimarsi!
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Dopo questa divagazione, si torna al nostro West Coast Sound con Look Ma, No Hands, canzone in cui il cantante, raccontando le sue mille imprese chiede a sua madre “mamma, non sei orgogliosa di me”? Il ritmo è incalzante e si iniziano anche a sentire

Didn’t I turn out, didn’t I turn out to be
Everything you wanted Ma
Ain’t you proud of me

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Il mood si fa molto più serio con la Struggente American Triangle dedicata al giovane Matthew Shepard ucciso brutalmente per colpa della sua omosessualità.

See two coyotes running down a deer
Hate what we don’t understand

E’ un testo che invita sicuramente a riflettere… La musica è affascinante ma la cosa che colpisce di più, è la profonda interpretazione vocale di Elton che riesce a trasmettere in pieno, ciò che sente!
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Le emozioni continuano a scorrere con Original Sin, una dolcissima ballata che racconta di una storia d’amore ormai finita dove tra gioia e dolore si riflette su di un sentimento che ancora non ha cessato di ardere.

I can’t eat, can’t sleep
Still I hunger for you when you look at me
That face, those eyes
All the sinful pleasures deep inside

L’unica canzone del disco a non avere un introduzione pianistica, Original Sin è sicuramente uno di quei brani ai quali ci si abbandona per farsi cullare dalla sua dolcezza.
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L’atmosfera viene rotta dalla movimentata Birds che si impone con il suo sound Country ed il suo andamento martellante! Non rimane nascosto il suo punto forte, un testo molto bello.

How come birds
Don’t fall from the sky when they die?
How come birds
Always look for a quiet place to hide
These words
Can’t explain what I feel inside?
Like birds I need a quiet place to hide

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Il discorso di una persona che ha trovato nell’amore solo delusioni, rabbie e dolore, è il tema principale di I Want Love. Il sound è senza dubbio targato Liverpool e lascia ricordare con nostalgia una musica che non morirà mai… quella dei Beatles.

I want love but it’s impossible
A man like me’s so irresponsible
A man like me is dead in places
Other men feel liberated

Questa è la canzone che sento più mia in assoluto… quindi non posso che apprezzarla, specialmente nel testo.
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Con The Wasteland torna nel disco l’aggressività di un brano Rock/Blues che si capisce addirittura da prima che inizi la canzone!!! Il testo è molto bello e purtroppo, anche molto attuale…

Some days I think it’s all a dream
The things I’ve done, the places that I’ve been
This life of mine seemed surreal at times
Wasted days and nights in someone else’s mind

Molto trascinanti l’assolo di piano nella metà del brano e la coda. La voce di Elton equalizzata con un riverbero molto metallico contribuisce a rendere il brano molto accattivante!
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Ecco arrivare la gemma dell’ album, The Ballad Of The Boy In The Red Shoes. Una ballata di struttura imponente e di rara bellezza. Perfetto il connubio tra parole e musica che riesce a trasmettere in pieno, il messaggio di condanna nei confronti del governo Americano di Ronald Regan che, a causa della propria ignoranza diede attenzione a l’alba della malattia del secolo, L’AIDS. La canzone è incentrata quindi sulla storia di un ballerino che, malato,  ricorda i suoi tempi d’oro sulla scena mondiale e vorrebbe tornare ad indossare le sue famose scarpette rosse per l’ultima volta, ma poi consapevole di non poterle più calzare, prega affinché qualcuno le porti via da lui…

Put them in a box somewhere
Put them in a drawer
Take my red shoes
I can’t wear them anymore

Le emozioni che sa infondere questa canzone sono molto intense e sicuramente accentuate dai bellissimi cori e l’assolo di mandolino suonato da Davey.
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Torniamo con i piedi per terra con Love Her Like Me, brano molto interessante. Personalmente trovo fantastica la voce di Elton nelle strofe che con i suoi fantastici toni molto bassi riesce a renderle accattivanti e molto “sbarazzine”. Bella l’apertura sul ritornello anche se un po’ è la cosa che meno ci si aspetta!!!
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Ci prepariamo al gran finale!!! Mansfield, un brano meraviglioso che non conosce di certo il significato della parola monotonia. Sinceramente non riesco a capire come molta gente lo abbia snobbato nei primi ascolti. Anche questa canzone è incentrata sull’amore, più esattamente sul ricordo di un amore.

We were crazy, wild and running
Blind to the change to come
In that little house on Mansfield
We’d wake at the break of dawn
In an Indian summer gone

 Il suo ritmo molto incalzante e pieno di cambiamenti che si mescolano per un finale mozzafiato.
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A chiudere uno dei più bei dischi di Elton John da 15 anni a questa parte è un brano intitolato This Train Don’t Stop There Anymore. Canzone intensa di significato che riprende lo stile della produzione più pregiata di Elton John. Molti i riferimenti all’album Goodbye Yellow Brick Road che ha donato ad Elton l’ispirazione per un andamento alla Sweet Painted Lady. Oltre ad avere un significato tutto suo, Elton usa la canzone come rasserenamento per noi fans: “Non vi preoccupate, questo treno continuerà ad andare avanti su questi binari, senza più fermarsi in stazioni che non appartengono al mio modo di esprimermi e di regalarvi emozioni”
 

Scritta da Giorgio Onorato Aquilani
Dedicata a: Prof.Giuseppe Mancini
 


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