Songs from the West Coast
Dopo anni bui,
discograficamente parlando,
finalmente il nuovo disco di Elton SONGS FROM THE WEST COAST
è forse
il prodotto che attendevo ormai da anni, e stavo ormai quasi perdendo
la
speranza!
Devo dire, che dopo l’ascolto delle
prime 6 canzoni comparse un paio di mesi fa su un promo, ero abbastanza
deluso; una sola spiccava, Ballad Of The Boy In The Red Shoes, le altre
(Original Sin, Dark Diamond, This Train, Love Her Like Me, I Want Love)
erano carine, ma nulla più.
Ma le rimanenti canzoni mi hanno fanno
ribaltare completamente il giudizio, sembrano arrivare da un altro
pianeta!
Pat Leonard, che già aveva mostrato
le sue indubbie qualità di produttore in Eldorado, ha fatto
il miracolo
ed è riuscito ad estrarre da Elton sicuramente tutta la sua
potenzialità
attuale, bandendo quasi totalmente l’elettronica e agendo con
suoni semplici
e puliti.
Erano almeno una quindicina d’anni
che Elton non realizzava un disco di questo livello e lui stesso, in
una
recente intervista ha finalmente ammesso che gli album degli anni 90
sicuramente
non hanno raggiunto uno standard qualitativo soddisfacente.
Anni di canzoni banali, spesso troppo
melassate, e una produzione, quella di Chris Thomas, infarcita di
sintetizzatori
e suoni artificiosi, che riusciva a distruggere anche i pezzi
più
validi.
Solo il Gus Dudgeon di Leather Jackets
e Ice On Fire era riuscito a fare di peggio.
Suoni probabilmente in linea con le
tendenze musicali del tempo, ma è un dato di fatto che il
livello
qualitativo del pop rock è costantemente in discesa, ormai
tutto
è stato già fatto e rifatto e, non per niente,
chi riesce
ancora dire qualche cosa di interessante, spesso si ricollega al
passato
remoto (anni 60 e 70).
Ed Elton stesso ha sempre dimostrato
di saper dare il peggio di sè quando ha cercato di inseguire
le
tendenze e le mode del momento, facendo l’errore di
dimenticare cosa era
stato negli anni 70, quando aveva saputo imporre la sua
genialità
al di fuori di tutti i filoni e le correnti.
Finalmente, questa è la mia
impressione, ha trovato un produttore di polso, lui stesso pianista e
tastierista,
che sapeva esattamente cosa voleva da Elton e che ha saputo imporsi in
sala di registrazione.
Grande merito anche il ritorno di Paul
Buckmaster, in cinque brani, e soprattutto di Nigel Olsson alla
batteria,
che ha ridato alle canzoni un sound tipico.
Il povero Nigel, dopo il richiamo sul
palco nel 2000, è ritornato dopo lungo tempo anche su disco;
erano
anni che aspettava la chiamata (probabilmente avrebbe lavorato anche
gratis
per essere di nuovo con Elton!) e il suo modo di suonare la batteria
è
uno di marchi di fabbrica degli anni d'oro.
EMPEROR
NEW CLOTHES, incentrata sugli inizi del duo
John Taupin,
con il suo inizio piano e voce, è fantastica, sembra di
ritornare
a Tumbleweed ed anche il proseguo con l’entrata del basso e
della batteria
è assolutamente perfetto: la dimostrazione di come va
prodotto Elton,
con semplicità e senza fronzoli. Vai avanti
così!!!
DARK
DIAMOND, dalle cadenze reggae, è
un po’ fuori atmosfera
con il resto dell’album, è carina e si ricorda
soprattutto per gli
assoli di armonica inconfondibili di Stevie Wonder.
LOOK
MA, NO HANDS è un altro grande
pezzo, bello per la
sua semplicità e fluidità, una canzone fresca
come non ne
scriveva da tempo; questo è il filone da seguire per
realizzare
un album da ricordare.
AMERICAN
TRIANGLE, dedicata alla morte violenta del
giovane gay Matthew
Shepard, inizialmente l'ho trovata troppo rilassata, apparentemente
senza
grinta; ma con il passare degli ascolti si rivela un grandissimo brano,
che personalmente mi provoca una tristezza incredibile.
Una dimostrazione di come, sotto la
guida di Leonard, Elton può realizzare dei pezzi lenti di
grande
livello senza scadere nel risaputo e nella melassa, cosa che in questi
anni ci eravamo quasi dimenticati, a parte la grandissima Believe,
contenuta
in Made In England, album che prometteva grandi aspettative, ma che mi
ha subito deluso dopo pochi ascolti.
ORIGINAL
SIN, testo interessante, ma la melodia
è per i miei
gusti troppo sdolcinata, indirizzata a chi in concerto va in estasi per
Nikita e soprattutto Sacrifice, che non per niente io
detesto!
A moltissimi fan piace moltissimo e anche Elton stesso pare la pensi
allo
stesso modo, ma secondo me proprio qui emergono parte delle pecche
delle
ultime produzioni.
BIRDS,
un altro grande pezzo che riporta indietro all’Elton del
secondo periodo,
nei primi anni ’70, si sente però nel sound la
mancanza di Nigel
alla batteria. Questa è
un’altra vera e caratteristica
canzone di Elton, non i solito prodotti buttati li probabilmente senza
troppo convinzione.
BALLAD
OF THE BOY IN THE RED SHOES, canzone che
tratta ancora il
tema dell’AIDS, ci riporta indietro, come suoni ed atmosfere,
al periodo
di Madman.
Ritroviamo gli archi di Paul Buckmaster,
che è sempre il miglior arrangiatore orchestrale ad operare
nel
mondo del rock e probabilmente avrebbe avuto maggior considerazione se
il suo nome non fosse stato legato al periodo d’oro di Elton.
Bellissima canzone che forse meritava
uno sviluppo temporale maggiore, con un finale più epico.
I
WANT LOVE, il primo singolo, abbastanza
carina, ha un solo
grosso difetto: sembra una produzione di John Lennon, al limite del
plagio;
anche nell’arrangiamento l’intento è
sicuramente quello e non riesco
francamente a capire il perché di questa scelta per niente
originale.
THE
WASTELAND, un rock potente come ormai ce
l’eravamo scordato,
con il grande Billy Preston all’organo, perfetta nel suo
genere; io avrei
solo dato ancora più spazio al piano, per un assolo
più prolungato
ed incisivo, ma è un grande pezzo.
LOVE
HER LIKE ME, carina ben realizzata, richiama
lo Springsteen
di Tunnel Of Love; non aggiunge niente all’album, ma si
lascia ascoltare
con piacere.
MANSFIELD,
una delle tante canzoni in cui Bernie parla dei suoi guai matrimoniali,
ad un primissimo ascolto mi aveva lasciato perplesso, ma ora la
considero
uno dei brani migliori dell’album. Dopo un inizio
un pochino lezioso
diventa bellissima con il gran finale orchestrale di Buckmaster, anche
qui assolutamente perfetto; una canzone che da sola giustifica
l’acquisto
di tutto il CD a mio parere!
THIS
TRAIN DON’T STOP HERE ANYMORE
è un lento che inizialmente sembra un po’ scontato e
che richiama in un paio di passaggi Sweet Painted Lady; è però un
buon
pezzo, che acquista spessore con il passare del tempo.
Le manca qualche cosa per essere una grande canzone, come se Elton non si fosse impegnato più di tanto.
In definitiva il ritorno!
E’ andato ad un passo dal realizzare
un grandissimo album, mancava veramente poco, ma queste potrebbero
essere
le premesse per un ritorno a fasti ormai dimenticati.
E’ la dimostrazione che anche in studio
(dal vivo non ho mai avuto dubbi), dopo anni di oblio poteva ritornare
a realizzare dei grandi prodotti; era già successo ad altri
dinosauri
del rock (esempio per tutti Lou Reed) di riuscire a cancellare anni di
album mediocri o assolutamente insignificanti con una nuova vena di
ispirazione.
Speriamo solo che la pianti di parlare
alla stampa di tante cazzate sulla sua vita privata e non, e si
concentri
di più sulla musica, solo così potrà
sperare di avere
più considerazione dalla critica musicale.
Grazie Pat Leonard, nessuno mi toglie
dalla testa che è lui l’artefice di questa
rinascita discografica
di Elton!
Infine se devo dare una valutazione
gli assegno (come i veri critici!) le stellette: 4 su una scala da 1 a
5
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