Peachtree Road

PEACHTREE ROAD

di Samuele Lazzarin
 

Ebbene sì, lo ammetto: avevo sbagliato di grosso un mese fa buttando fango addosso a Peachtree Road. Forse mi ero fatto troppo influenzare dalla brutta “Freaks in love”, o magari, più probabilmente, avevo giudicato il disco prima di averlo ascoltato nello stato d’animo più adatto, cioè in completa rilassatezza e in buona compagnia. Allora mi era sembrato di dovermi sorbire un minestrone riscaldato già troppe volte: arrangiamenti banali, idee quasi a zero, più tutte le critiche che già conoscete e che mi avete duramente contestato.
 Ma non avevo fatto i conti con un fatto fondamentale (che pure avrei dovuto tener presente): che non mi è possibile giudicare un lavoro di Elton John solo sotto il profilo tecnico, perché il cuore, prima o poi, mi porta inevitabilmente a scoprire sfaccettature della sua musica impossibili da rintracciare con il solo aiuto della testa. Ed il mio è forse un giudizio dato più dalle cose che EJ rappresenta per me, piuttosto che una valutazione puramente tecnica.
 Dopo un mese abbondante di ascolto e dopo l’apprezzatissima performance dal vivo di Atlanta, di Peachtree Road posso dire questo: è sicuramente un bell’album, asciutto, a tratti ben ispirato, ottimamente prodotto e abbastanza omogeneo al suo interno. E’ molto ben cantato anche nel registro che ormai per Elton è diventato un po’ ostico (il finale di “My elusive drug”, ad esempio), e la voce è davvero all’apice della maturità tecnica. Lo stesso non si può dire – ahimè -  riguardo all’espressività, che lascia un po’ a desiderare.
 Notevoli anche i testi, che surclassano quelli, seppur buoni, di Songs From The West Coast spaziando tra gli argomenti più vari. Certo però che Bernie non perde occasione per infilarci dentro le sue disavventure/delusioni sentimentali…
 I momenti migliori di Peachtree Road si hanno in “Porch swing in Tupelo”, un vero ritorno alle origini in cui si ripresenta di continuo il fantasma rassicurante di “Country Comfort” ma che è comunque concepita in modo brillante ed ispirato; in “It’s getting dark in here”, a mio avviso perfetta a parte quel bruttissimo plink! delle percussioni nella strofa; in “Turn the lights out when you leave”, dall’incedere lento e rilassato e caratterizzata da atmosfere western che da tempo non si sentivano in un disco di Elton (avete sentito com’è registrata la voce? In modo molto diverso da tutto l’album); in “My elusive drug”, risultato di un buono sprazzo compositivo nonostante le somiglianze con “I’ve seen that movie too” e “Talking old soldiers”; e in “Too many tears”, il brano più originale del disco.
 I punti deboli sono da riscontrare principalmente in “Freaks in love” (brutta tout-court); in “All that I’m allowed” che è puro easy-listening senza il minimo impegno; in “They call her the cat”, un pezzo non esattamente brutto ma un po’ vuoto, quasi completamente privo di idee; in “Answer in the sky”, che non fa proprio niente per farsi notare; e in “I stop and I breathe”, ottima fino a quel cambio di tonalità nel chorus che secondo me poteva essere gestito in modo molto migliore. Ci tengo a sottolineare che a parte “Freaks in love” non reputo nessuno di questi brani “brutto”; ciò che mi lascia perplesso è piuttosto il fatto che certe buone idee non sono state sfruttate e finalizzate a dovere lasciando in chi ascolta un fastidioso senso di incompiutezza. L’unico pezzo su cui ho ancora delle riserve è “Weight of the world”. Che dire? Proprio non mi va giù il modo in cui termina il chorus (“off… my… back”), mi pare raffazzonato in qualche modo, come se Elton avesse avuto fretta di portarlo a termine quando l’ha scritto. Un vero peccato perché per il resto il pezzo è eccellente.
 Una parola di merito la riservo anche per le due bonus track del singolo. “So sad the renegade” è un brano che avrebbe dovuto non solo entrare di diritto nell’album, ma forse addirittura essere scelto come singolo di lancio, tale è la sua bellezza, la sua originalità, il suo appeal. Non molto diverso è il discorso per “A little peace”, che mi riporta alle magnifiche atmosfere di “Rock of the Westies”; non raggiunge comunque il livello di “Renegade”.
 Da un punto di vista arrangiativo, è graditissimo il ritorno dei coretti della band (impeccabili come al solito) mentre poteva essere dato più spazio agli assolo di pianoforte… Elton si è sempre autodefinito un pianista che canta più che un cantante che suona il piano, ma non mi pare che in Peachtree Road si sforzi più di tanto per farlo capire a chi magari non lo conosce benissimo.
 Per concludere: con “So sad the renegade” al posto di “Freaks in love” e con “A little peace” al posto di “All that I’m allowed” Peachtree Road sarebbe stato un lavoro non buono (come è) ma ottimo, e chissà, forse mi sarebbe piaciuto più di Songs From The West Coast.
 
 


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