Peachtree Road
PEACHTREE ROAD
Ebbene sì, lo ammetto: avevo sbagliato
di grosso un mese fa buttando fango addosso a Peachtree Road. Forse mi
ero fatto troppo influenzare dalla brutta “Freaks in love”, o magari, più
probabilmente, avevo giudicato il disco prima di averlo ascoltato nello
stato d’animo più adatto, cioè in completa rilassatezza e
in buona compagnia. Allora mi era sembrato di dovermi sorbire un minestrone
riscaldato già troppe volte: arrangiamenti banali, idee quasi a
zero, più tutte le critiche che già conoscete e che mi avete
duramente contestato.
Ma non avevo fatto i conti con un
fatto fondamentale (che pure avrei dovuto tener presente): che non mi è
possibile giudicare un lavoro di Elton John solo sotto il profilo tecnico,
perché il cuore, prima o poi, mi porta inevitabilmente a scoprire
sfaccettature della sua musica impossibili da rintracciare con il solo
aiuto della testa. Ed il mio è forse un giudizio dato più
dalle cose che EJ rappresenta per me, piuttosto che una valutazione puramente
tecnica.
Dopo un mese abbondante di ascolto
e dopo l’apprezzatissima performance dal vivo di Atlanta, di Peachtree
Road posso dire questo: è sicuramente un bell’album, asciutto, a
tratti ben ispirato, ottimamente prodotto e abbastanza omogeneo al suo
interno. E’ molto ben cantato anche nel registro che ormai per Elton è
diventato un po’ ostico (il finale di “My elusive drug”, ad esempio), e
la voce è davvero all’apice della maturità tecnica. Lo stesso
non si può dire – ahimè - riguardo all’espressività,
che lascia un po’ a desiderare.
Notevoli anche i testi, che surclassano
quelli, seppur buoni, di Songs From The West Coast spaziando tra gli argomenti
più vari. Certo però che Bernie non perde occasione per infilarci
dentro le sue disavventure/delusioni sentimentali…
I momenti migliori di Peachtree
Road si hanno in “Porch swing in Tupelo”, un vero ritorno alle origini
in cui si ripresenta di continuo il fantasma rassicurante di “Country Comfort”
ma che è comunque concepita in modo brillante ed ispirato; in “It’s
getting dark in here”, a mio avviso perfetta a parte quel bruttissimo plink!
delle percussioni nella strofa; in “Turn the lights out when you leave”,
dall’incedere lento e rilassato e caratterizzata da atmosfere western che
da tempo non si sentivano in un disco di Elton (avete sentito com’è
registrata la voce? In modo molto diverso da tutto l’album); in “My elusive
drug”, risultato di un buono sprazzo compositivo nonostante le somiglianze
con “I’ve seen that movie too” e “Talking old soldiers”; e in “Too many
tears”, il brano più originale del disco.
I punti deboli sono da riscontrare
principalmente in “Freaks in love” (brutta tout-court); in “All that I’m
allowed” che è puro easy-listening senza il minimo impegno; in “They
call her the cat”, un pezzo non esattamente brutto ma un po’ vuoto, quasi
completamente privo di idee; in “Answer in the sky”, che non fa proprio
niente per farsi notare; e in “I stop and I breathe”, ottima fino a quel
cambio di tonalità nel chorus che secondo me poteva essere gestito
in modo molto migliore. Ci tengo a sottolineare che a parte “Freaks in
love” non reputo nessuno di questi brani “brutto”; ciò che mi lascia
perplesso è piuttosto il fatto che certe buone idee non sono state
sfruttate e finalizzate a dovere lasciando in chi ascolta un fastidioso
senso di incompiutezza. L’unico pezzo su cui ho ancora delle riserve è
“Weight of the world”. Che dire? Proprio non mi va giù il modo in
cui termina il chorus (“off… my… back”), mi pare raffazzonato in qualche
modo, come se Elton avesse avuto fretta di portarlo a termine quando l’ha
scritto. Un vero peccato perché per il resto il pezzo è eccellente.
Una parola di merito la riservo
anche per le due bonus track del singolo. “So sad the renegade” è
un brano che avrebbe dovuto non solo entrare di diritto nell’album, ma
forse addirittura essere scelto come singolo di lancio, tale è la
sua bellezza, la sua originalità, il suo appeal. Non molto diverso
è il discorso per “A little peace”, che mi riporta alle magnifiche
atmosfere di “Rock of the Westies”; non raggiunge comunque il livello di
“Renegade”.
Da un punto di vista arrangiativo,
è graditissimo il ritorno dei coretti della band (impeccabili come
al solito) mentre poteva essere dato più spazio agli assolo di pianoforte…
Elton si è sempre autodefinito un pianista che canta più
che un cantante che suona il piano, ma non mi pare che in Peachtree Road
si sforzi più di tanto per farlo capire a chi magari non lo conosce
benissimo.
Per concludere: con “So sad the
renegade” al posto di “Freaks in love” e con “A little peace” al posto
di “All that I’m allowed” Peachtree Road sarebbe stato un lavoro non buono
(come è) ma ottimo, e chissà, forse mi sarebbe piaciuto più
di Songs From The West Coast.
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