“The Captain & The Kid” mi pone di fronte a una domanda. Chi è oggi
Elton John? Perché se andiamo a dare un’occhiata ad appena qualche mese
fa troviamo ad attenderci minacciosi i demos di Vampire Lestat, forse
il capitolo più triste dell’intera carriera di sir Reginald Dwight. Dr.
Elton e Mr. John? Non ci credo. Non credo a una doppia personalità
artistica, credo più alla possibilità che la fretta di concepire una
musica che non senti tua, che non ti appartiene, finisca
inevitabilmente col farti partorire un figlio anch’esso non tuo. Perché
i demos a me hanno dato l’impressione di fondo che Elton li abbia
scritti di malavoglia, solo per rispondere al bisogno fisiologico di
oscurare un po’ col vetrino al cobalto la luce troppo brillante che lo
stava accecando mentre componeva “Postcards from Richard Nixon” e “And
the house fell down”. Tant’è. tC&tK è la grande emozione che mi
mancava almeno da 5 anni. La mattina in cui l’ho acquistato ricordo che
è successa una cosa che lascio ad altri il compito di interpretare. Ero
in macchina ed il cielo era di quel plumbeo deprimente che ti fa
perdere il senso di tutto. Inserisco il CD nel lettore (non senza aver
prima imprecato numerose volte perché non riuscivo ad aprire la
custodia… ma a chi è venuto in mente di mettere quella specie di
pulsantino malefico?!) e partono le note di Postcards. Il mio livello
di attenzione verso il mondo extraeltoniano si abbassa drasticamente e
per me non esiste nient’altro di importante, siamo io e lui che ce la
raccontiamo come due vecchi amici in un ranch americano con l’erba
dalle sfumature ocra, con la sola compagnia di un cowboy silenzioso
sullo sfondo. Ma ecco che… We heard Richard Nixon say… WELCOME TO THE
USAAAAAA!!! Proprio in quel momento, con la perfezione che solo il caso
può dare (e qui cito Faletti) le nubi sopra di me si squarciano nel
punto esatto in cui l’unico raggio di sole del fine settimana le taglia
con chirurgica precisione e si fonde là in alto con l’urlo liberatorio,
quasi orgasmico, che sale dalle corde vocali dell’Elton che da troppo
tempo ormai speravo di poter riascoltare. Perché quest’album è così.
Liberatorio. Ti metti lì e lui ti porta dove la tua mente desidera
andare, e non sei tu a dover guidare e a dover decidere che strada
fare. Nossignore, il Capitano la sa molto più lunga di te, ti ha già
portato in tanti altri posti altrettanto belli e tu l’hai ringraziato
per questo. E quando il giro è finito e tu ti chiedi perché non ti
porta anche ad attraversare il fiume Tamigi dopo avertelo promesso,
ecco che ti accorgi di poter continuare da solo, in volo, perché il
ricordo della fresca emozione che lui ti ha appena dato è di per sé una
benzina sufficiente a tenerti sospeso per aria un bel po’ di tempo. E a
chi non ti capisce, peggio per lui. Non mi ci è voluto molto per
capire che questo disco è il migliore da “A single man”. Il perché è
semplice. Lo sento più organico, meglio ragionato e meglio prodotto di
Songs from the West Coast, che pure resta sul podio. Sento che lo
stesso Elton aveva bisogno di comporlo e di produrselo, non ci sento
dento quella smania di fartelo piacere a tutti i costi ma piuttosto il
l’appagamento personale di essere riuscito finalmente a rispolverare la
lampada del genio. E la sicurezza di riuscire a fartelo arrivare al
centro del cuore senza artifici o acrobazie, così, con semplicità. Aspetto il prossimo capitolo della storia, mio Capitano…