A Captain without Army (A Cowboy without Guns)
Il Destino di un Supereroe
"...dove eravamo rimasti?..."
Si
dice che quando la gente si crea dei supereroi, persone comuni ma in
grado, nascoste nell'anonimato di una maschera fantastica, di imprese
impossibili, fossero esse il salvare il mondo da un'incombente minaccia
galattica, o soltanto salvare un gattino da sopra un albero, lo faccia
perchè semplicemente ha bisogno di sognare, di immaginare, di lasciarsi
avvolgere da spazi aperti e dai confini variabili da persona a persona,
larghi indifferentemente dalla fine del mondo alla tua città...
E
quanto più dietro queste maschere si nascondono persone semplici,
umili, e armate nella vita comune solo delle proprie fragilità e della
carica di umanità che si portano dentro, tanto più sono amate, adorate,
a volte considerate un simbolo o prese a riferimento per i mille
milioni di passi che ognuno di noi deve compiere per il proprio
cammino, che esso sia fatto su zeppe da venti centimetri, o in
stivaloni impolverati da ranchero stanco...
E non è un caso, se
i supereroi più amati della storia siano stati nascosti dietro la
timidezza di Clark Kent, dietro l'insicurezza di Peter Parker, e dietro
la timidezza e l'insicurezza di Reginald Kennet Dwight da Pinner...
E
dire che tutto poteva pensare il piccolo Reg, fuorchè di avere dei
superpoteri, quelli stessi che leggeva sugli albi di fumetti nella sua
casetta a due piani nella periferia londinese, e su quelli nuovi, più
colorati e scintillanti che si trovò a leggere all'improvviso in una
stanza all'Holiday Inn, quando Richard Nixon, in gran debito con i suoi
per "averne mandati tanti oltreoceano", staccò due biglietti in più per
quella grande Disneyland a cielo aperto che era il suo Paese, e che non
chiedeva altro che materia prima da tritare negli ingranaggi dello
star-system, pensando così di farsi perdonare qualcuno dei suoi tanti
peccati mortali...
Non aveva molto, il piccolo Reg, all'infuori
di improbabili occhialoni e di una misera valigia di cartone con dentro
un lungo pianoforte a coda e tanta, tanta speranza... ma tanto gli
bastava... sì, tanto gli bastava, perchè in quell'arca di Noè dalla
variopinta umanità in cui era capitato, il bello era che anche uno come
lui, poteva diventare una superstar... gli bastava semplicemente
piantare i piedi del suo pianoforte in quella terra fertile di suoni e
colori, e lasciar germogliare il seme della sua creatività...
Sì,
perchè dove gli altri vedevano solo muri grigi, ciminiere e gente che
camminava per strada sotto il peso del tempo, lui vedeva tutt'altro...
e gli bastava bussare su quel suo pianoforte a coda, per svegliare
astronauti e ballerine, gufi e pistoleri, gangster e prostitute che
dormivano lì dentro da sempre, e donarli al mondo... e colorarlo, quel
mondo, volando su è giù, da est ad ovest, regalando, come ogni bravo
supereroe, un'emozione, un sogno in più, o un briciolo di nuova
speranza a tutte quelle persone acclamanti che incontrava lungo la sua
strada di mattoni gialli... Fino a diventarne l'osannato Capitano... un
Capitano senza esercito, se non quello dei cuori di milioni di
persone...
Ma a volte il successo è un fragile castello di
carte, è una pericolosa santabarbara, è un'effimera casa di paglia...
che, se quando sali lungo il tuo ponte ti fa sentire più vivo, più
leggero, e sempre più in grado di fare qualsiasi cosa, spesso non ti
protegge dagli effetti della caduta... e basta che il lupo dei tuoi
demoni interiori inizi a soffiare e sbuffare, perchè tutto ti crolli
addosso rovinosamente...
E quel giorno, qualcuno gridò: "Il
Capitano è morto!"... non si accorse che semplicemente il Capitano,
ormai degradato a sergente, era soltanto scomparso all'orizzonte,
iniziando la discesa dell'altra metà del ponte...
Perchè, quando
arrivi in cima al ponte, anche se sei un supereroe, non puoi non
sentire le vibrazioni sempre più forti delle raffiche di vento, non
puoi non vedere molti dei tuoi amici che non ce l'hanno fatta, o che
sono caduti ed annaspano invocando aiuto, e tu che non puoi neanche
aiutare te stesso, non puoi non sentire il brivido della pioggia che
cade, e che cancella via tutti quei colori che avevi donato al mondo,
eccetto quello della tristezza...
"...com'era bello, un tempo, e
che sensazione un pò buffa, che avevamo dentro... quando semplicemente
si era dei ragazzini che scommettevano su sè stessi, con tante
speranze, e con i buchi nelle scarpe... ma liberi di essere
semplicemente noi, lontano da qui, lontano da ora, dove ululano questi
cani della società... oggi più di allora, che anche la città che più ho
amato nella mia vita, sembra irriconoscibile..."
E' alla fine
del suo ponte, il Capitano, finalmente ritornato Capitano... perchè il
suo superpotere più grande, quello che nessuno potrà mai togliergli o
negargli, è quello di risorgere, sempre, dalle sue ceneri... e
indossare ancora una volta la maschera ed il mantello, e raccontare
ancora di Levon e Alvin Tostig, di Susy e di Van Bushell, di Dan Dare e
di Mona Lisa, di Harmony e dei mille altri personaggi che vivono dentro
il suo lungo pianoforte nero, sempre e per sempre giovani, come se
quegli oltre trent'anni non fossero mai passati...
...e il Cowboy, direte voi?
Il
Cowboy è l'autore di questa storia, che avete appena letto... perchè il
Capitano è semplicemente una maschera, un'invenzione letteraria che non
sarebbe mai esistita, se non ci fosse stato quel ragazzino che, isolato
dal mondo all'interno della sua sfera galleggiante, non avesse creato
questo Fantastico miracolo... lo si può immaginare, questo Cowboy senza
pistole, seduto in un saloon assieme a Joe Shuster e Stan Lee, a
sorseggiare whisky ed a compiacersi delle imprese dei loro rispettivi
supereroi...
..perchè,
come egli stesso scrive nell'unico angolino di canzone che forse ha
dedicato a sè stesso, da alcuni impari qualcosa, da altri niente, e
semmai ci sarà qualcuno che può insegnarti tutto, fai finta di perderlo
nel vento..
Alla prossima Cowboy, e grazie... dal ragazzo della 22^ fila... e lunga vita al Capitano...