Il Capitano ha vagato per gli spazi siderali,
il Cowboy ha cavalcato per le lande desolate…ma sono ancora qui. Il
loro volto è segnato dal tempo, la vita li ha messi KO troppe volte e
anche il diavolo si è unito alle loro feste e tuttavia sono ancora
insieme. Ancora dieci canzoni, ancora dieci storie per il Capitano e il
Ragazzo. Non sono folli e sconsiderati come un tempo, non vogliono più
scalare la cima del mondo ma, seduti su una terrazza, ridono insieme in
una notte d’estate pensando ai bei tempi. Le zeppe sono in soffitta
e il Crazy Kid ha messo la testa a posto ma la forza e l’intensità
rimangono, anzi sembra che la vita ne abbia affinato la sensibilità
tanto che ora arrivano a chiedersi: “Attraversiamo il ponte o ci
lasciamo morire?”. Finalmente hanno preso coscienza del tempo che
passa, l’orologio non è più chiuso in un cassetto, e sanno che non ha
più senso cercare di tornare indietro. Ma non c’è solo malinconia in
queste dieci piccole gemme, c’è un senso agrodolce di accettazione che
pervade tutto il lavoro e che fa da leit-motiv ad ogni canzone, come
l’ultimo ballo di una serata danzante in cui tutti sono felici per la
bella festa ma una lacrima già rovina il trucco di qualche damigella.
Una sottile trama unisce ogni canzone alle altre fino a renderle
tasselli di un progetto più grande, un unicum musicale e narrativo in
cui ogni storia non è che una immagine di una racconto più vasto; come
un paesaggio che puoi apprezzare solo se sali in alto su una collina,
così questo racconto, che inizia da lontano, lo si può cogliere solo
ascoltandolo nell’ampio respiro della sua totalità. Ironia e
sarcasmo, ammirazione e stupore si mescolano nella loro celebrazione
dell’arrivo in America; tra Steve MacQeen che sfreccia su una Porche e
l’idolatria del dio Disney, Nixon dirà loro di restare e sarà l’inizio
del mito. Ma nel loro rapporto di amore-odio con l’America non poteva
mancare un delicato intermezzo dedicato a New York in cui , come un
innamorato non vede i difetti dell’amata e le giura amore eterno, il
Capitano canta che nonostante tutto non la vorrebbe in nessun altro
modo. Piange anche il Capitano mentre vede una foto in una piccola
cornice o quando ascolta la risata di un suo vecchio amico confondersi
con il vento, e quando chiede al ragazzo:”Come abbiamo fatto ad essere
così fortunati?” si ricorda di tutti i demoni che lo hanno vinto e
incatenato nel passato, quando rimaneva per tre giorni solo con coca e
vino o quando si svegliava nel letto di un amante senza nome. Sinceri
come non mai, al Capitano ed al Ragazzo bastano un piano e qualche
chitarra per condurci verso la fine del viaggio, si fermano un momento
per ricordare i loro amori seguendo l’eco di un’armonica e ridono
pensando a quel vecchio ’67 che ha fatto da spettatore silenzioso
all’inizio della loro amicizia… Quando giunge la fine la voglia di
guardare indietro è tanta, in fondo che cosa hanno raccontato se non la
vita, l’amore e la morte, l’ambizione e la disfatta….ma adesso sanno
che non è giusto, sanno che hanno altre strade da percorrere e che la
fine di un viaggio non è che l’inizio di un altro…e li vedi scomparire
nel rosso del tramonto mentre gli occhi si riempiono di lacrime…
From the end of the world to your town
Molti
lo hanno aspettato…da quando il Capitano ci fece visita dalla fine del
mondo, sono passati molti anni, troppi forse…i ragazzi di allora sono
uomini oramai e qualcuno se n’è andato con la speranza di rivederlo…i
bambini alla finestra che sperano di vedere quel piano volare non ci
sono più…forse si è perso nello spazio, forse è morto o forse si è
semplicemente dimenticato di noi…qualcuno in verità ad ogni stella
cadente spera di cogliere il luccichio di quel piano confondersi nel
cielo…invano. Quella sera non c’era nessuno, una luce blu
lampeggiante in lontananza rischiarava il ciglio della strada…si
guardava i piedi mentre camminava seguendo i mattoni del marciapiede,
nessuna meta, nessuna casa, nessun ragazzo ad aspettarlo. La luce di un
lampione, si ferma; alza la testa e si guarda in una vetrina, le
lacrime solcano il viso rugoso, “E il mio cappello? I miei occhiali?”
sussurra, “Dove sono…chi sono?”. Scoppia a piangere, la vetrina
riflette un vecchio elegante con un abito di seta e delle scarpe nuove
luccicanti correre sotto i lampioni nell’oscurità. Corse senza sapere
dove, tutto era cambiato, corse e basta…arrivato in quella strada sentì
di doversi fermare, non sapeva perché ma rimase immobile, poi quei
passi…in lontananza un ombra, prima un punto nero che poi prese le
sembianze di una figura umana; gli stivali colpivano l’asfalto e l’eco
risuonava nelle vie, il cappello basso sulla fronte e un’andatura calma
e decisa. Si fermò davanti a lui senza dire niente, rimase così per
alcuni interminabili istanti, muto, poi alzò la testa e si levò il
cappello…la luce del lampione illuminò due occhi lucidi, un volto
segnato dal sole e dal tempo e un uomo che tratteneva a stento
l’emozione…”Chi sei?” disse il vecchio, “…dimmelo, per favore…”. Il
cowboy non disse niente ma con uno scatto lo abbracciò, “Ti ho
aspettato…non sai quanto…ti ho aspettato” singhiozzò il cowboy con gli
occhi pieni di lacrime; il sangue si gelò nelle vene “Ragazzo…sei tu?
Sei proprio tu?” disse il vecchio e il cowboy fissandolo negli occhi:
“Si, sono io…”. “Che cosa mi è successo, non mi riconosco più…non ti
riconosco più”, “Il tempo…” disse il cowboy, “vale anche per noi…”. “Ma
adesso non conta, adesso siamo insieme…di nuovo” disse il cowboy e
prendendolo dal cappello tirò al vecchio un mazzo di vecchi fogli tutti
consumati e sgualciti, “Capitano, sono per te…”. Il Capitano guardò i
testi scritti su quei pezzi di carta e disse “non so se ne sono più
capace…non siamo più gli stessi”, “lo so, siamo cambiati ma siamo
sempre noi, questo è il segreto…girati e guarda la”, non chiedetemi
come ma un grande piano nero era alle sue spalle, il Capitano si
sedette, suonò alcune note e poi incominciò a cantare… Cantò dei bei
tempi, di giorni magici e mitici, cantò dell’America e del sogno
americano che andava sgretolandosi, del vortice degli eventi che li
travolse, di quando il mondo era ai loro piedi, di quando tutti
conoscevano il Capitano Fantastico e il Cowboy Sporco di Terra…cantava
la frenesia, gli eccessi, il turbinio della vita, il sesso…ogni parola
sembrava legata con un filo invisibile alle altre, tutto scorreva
fluido come se il gli anni non fossero passati, come se il tempo non
esistesse…ma cantò anche le ombre, i demoni che come un ghigno nel
vento attraversarono le loro vite, i sogni infranti, le persone
andate…si ricordò di quel bambino e di quella ragazza, il Re Sole e la
risata di John…cantarli era come spargere le loro ceneri al vento, era
il suo modo per dire loro addio…cantò i loro amori, le persone giuste e
sbagliate che incrociarono le vite alle loro…cantò del baratro in cui
erano sprofondati e della loro risalita, cantò di tutte le parole perse
nel vento… La voce era
calda, il suono limpido e cristallino come uno specchio d’acqua
all’alba, il Capitano non stava cantando…era Musica. Suonò
le ultime note, “dobbiamo andare” disse il Cowboy, “lo so…” ; con un
fischio chiamò il suo cavallo e salirono in groppa, mentre si
allontanavano ad un tratto il Capitano si girò verso di me, che per
tutto il tempo me ne ero stato accucciato in quella stradina buia
pensando di non essere visto, e mi disse: “nessuna menzogna, è solo
un’altra favola…”; non dissi niente per l’emozione, e loro sempre più
lontani li sentivi ridere mentre ricordavano la loro giovinezza, quel
vecchio ’67 che li ha fatti incontrare…poi le loro parole si confusero
con il suono del vento e mi resi conto che quella notte amore e morte,
sogni e speranze, amicizia e malinconia avevano danzato per me sulle
note di quel pianoforte… Non ho prove di quello che vi ho
raccontato, potete anche non credermi, forse è stato solo un sogno ma
di una cosa sono sicuro…li ho visti cavalcare verso il tramonto , The
Captain & The Kid.